Icaro
Il testamento di Michela Murgia
La nobiltà dell’odio
Aristotele, nella Retorica, distingue fra l’odio e l’ira, cercando di chiarire come l’odio non sia automaticamente l’anticamera della violenza, ma ben più assimilabile a un giudizio valutativo. Anzi… Odiare, secondo una parte della filosofia greca, vuol dire “rifiutare” quel che non reputiamo valido e, di conseguenza, prevenire la violenza, allontanandoci da quel che detestiamo. L’Iliade, per esempio, si apre con l’ira (e non con l’odio) di Achille, infatti assistiamo a un accanimento sul corpo dell’avversario, per cui l’ira brucia e agisce, l’odio – stando anche alle diverse parole greche per indicarlo – è più vicino alla “ripugnanza”.
Queste distinzioni sono necessarie per parlare di alcune bellissime pagine appena edite. Nel libro postumo, Lezioni sull’odio, tratto da alcune conferenze di Michela Murgia, l’idea centrale è chiara: l’odio potrebbe essere un sentimento “nobile”, se riconosciuto e disciplinato. Se l’odio viene messo da parte, marcisce, si incancrenisce e diventa, più facilmente, capro espiatorio e violenza. In altre parole la Murgia, in poco più di cento pagine, pubblicate in questi giorni da Einaudi, ci ha consegnato, quasi come un testamento, un prezioso trattato pedagogico, che non è ovviamente un’apologia dell’odio in versione cinica, ma è un vademecum, senza moralismi, per saper distinguere da dove arriva l’odio, a chi lo stiamo indirizzando e, soprattutto, che cosa ci autorizziamo a fare in suo nome.
È ben chiaro che queste pagine, scritte con lucidità politica, ci portano a ragionare sulla nostra società, partendo da una consapevolezza: esiste l’odio distruttivo delle logiche di branco (come quello dei cosiddetti “leoni da tastiera”) ed esiste un odio che reagisce alle ingiustizie, esercitato non per “eliminare” qualcuno, ma per rifiutare l’indifferenza. In tal senso, viene alla mente la dichiarazione di Gramsci: «odio gli indifferenti». Che cos’era, dunque, l’odio gramsciano, se non una vera e propria dichiarazione etica?
Non si tratta di individuare un nemico, esattamente come la politica mondiale attuale sembra voler indicare; non si tratta neanche di scagliarsi contro un bersaglio, ma quell’odio è, implicitamente, un’energia morale, il rifiuto della neutralità – che può diventare complicità di nefandezze. Nessuno qui vuole santificare l’odio, ma è bene comprendere, sulla linea Gramsci-Murgia, come non è comprensibile l’esercizio di coloro che vogliono accantonare l’odio, non riconoscendogli una funzione sociale, una forza attiva, che tenta di curare la passività. Il filosofo Spinoza, ad esempio, ha definito l’odio come una tristezza accompagnata dall’idea di una causa esterna. Perché questa citazione è potente? Spinoza ha “raffreddato” l’odio, lo ha reso una sorta di stato emotivo, un modo di valutare e sentire, che è diverso dalla violenza come comportamento.
Dice Michela Murgia: «Vi spiego perché ho scelto di tenere un corso sull’odio. Perché nessuna delle parole che tipicamente associamo all’odio, mi sembra – ragionandoci – davvero appropriata. L’odio per me non è distruzione e cattiveria, non ha necessariamente a che fare con il malessere o col razzismo, con le cose peggiori che si sperimentano nella vita. Tutt’altro. Se dovessi aggiungere una parola alla nostra mappa semantica sull’odio, ne scriverei alla lavagna una psicanalitica e religiosa: tabù. […]. Come tabù, l’odio è stigmatizzato da ogni parte politica, da ogni orientamento culturale. Non è considerato meramente negativo, ma proprio disumano. Possiamo analizzare, con consapevolezza, tutti i comportamenti in cui sfocia la nostra cattiva coscienza sociale, però non possiamo parlare di odio, se non per dirne male. Tantomeno possiamo ammettere di provarlo. Non solo con gli altri, ma anche con noi stessi. Il tabù è talmente forte che ci raggiunge nell’intimo».
Riagganciandoci all’odio come tabù, viene in mente Nietzsche, il quale nella Genealogia della morale, riflettendo proprio sull’odio, lo equipara a una sorta di “sintomo”, a un indizio (quasi clinico) di come una vita sta reagendo a se stessa e alle vite degli altri. Nietzsche vede in certe forme di moralismo, il più esasperato odio. Qui c’è molto da riflettere. Nietzsche non è davvero lontano da quel che avrebbe detto, poi, Gramsci. Pur ritenendo l’odio assimilabile all’ira (quasi il contrario di quel che abbiamo detto finora), dichiara di ritenere ben peggiori tutti quegli ipocriti, che mascherano l’odio con la giustizia, trasformandolo da forza attiva di dissenso in ipocrisia spirituale. Pensiamo oggi all’omofobia. Chi la prova, la giustifica autodefinendosi “custode” dei valori tradizionali: alla base, invece, campeggia solo il disgusto e il disprezzo. In questo caso, non basta parlare di odio, ma di una serpeggiante ira che, a volte, esplode nella vera e propria violenza.