sulle opere e la vita
Tutti i volti dell’avventura nella filmografia su Jack London
La filmografia anche televisiva sulle opere e la vita di Jack London è sterminata, e a volerla ripercorrere servirebbe un database. Lo spazio invece di un articolo può fare di meno, e meglio: cioè riflettere sia pur per sommi capi sui nuclei che ne hanno contrassegnato fino ad oggi il decorso
La filmografia anche televisiva sulle opere e la vita di Jack London è sterminata, e a volerla ripercorrere servirebbe un database. Lo spazio invece di un articolo può fare di meno, e meglio: cioè riflettere sia pur per sommi capi sui nuclei che ne hanno contrassegnato fino ad oggi il decorso. Ai tempi in cui alcuni suoi noti capolavori come Il richiamo della foresta e Zanna Bianca erano libri di testo nientedimeno che nelle scuole, un’era geologica fa, in grado di coniugare i capolavori della letteratura mondiale alla crescita degli studenti dalle elementari, e prima che presidi e professori diventassero personaggi da fiction, anche il cinema li prediligeva. Da Il richiamo della foresta con Clark Gable a quello con Charlton Heston del 1972, fino all’ultimo del 2020 con Harrison Ford, la scelta si è mossa dentro binari tradizionali, lontani anni luce dalla complessità accusatrice verso la disumanità del genere umano di uno dei più complessi libri di sempre; e lo stesso discorso vale per i tanti Zanna Bianca, specialmente italiani che hanno molto trionfato in Italia, soprattutto con i due con Franco Nero e Virna Lisi del 1973 e 1974.
Un discorso a parte, forse di maggiore scavo nell’universo conflittuale ed estremo di London, aduso a rappresentare del modo le sue propaggini più insostenibili, dove il territorio fisico e quello della (in)coscienza arrivano a coincidere, meriterebbero i tanti Il lupo dei mari e Martin Eden: il più importante nella prima categoria è il classico di Michael Curziz del 1941, realizzato con la Seconda guerra mondiale in corso come specchio della crudeltà e dei fantasmi alla deriva della Storia, con Edward G. Robinson, Ida Lupino e John Garfield; mentre nel secondo caso il miglior Martin Eden resta quello letto di nascosto, quale prefigurazione di un sogno e di una caduta, in bagno dal giovanissimo Noodles in C’era una volta in America di Sergio Leone nel 1984. Mentre il Jack London politico e perciò distopico è il fiore all’occhiello dell’opera prima straordinariamente visionaria e colta del russo Aleksandr Bashirov del 1998: Il tallone di ferro dell’oligarchia, che trasforma la prefigurazione dell’attuale mondo contenuta ne Il tallone di ferro del 1908 in un’equazione tra l’ex capitalismo occidentale e quello post-comunista, con il protagonista insegnante, vero, che predica il socialismo dello scrittore contro i nuovi ricchi della Russia spietata e ritorsiva.
Ma quando il cinema faceva davvero storia il primato assoluto va ai rimandi incrociati al racconto In un paese lontano che sia Charlie Chaplin che Stanley Kubrick, ne La febbre dell’oro (1925) e in Shining (1980), codificano per comprendere davvero nelle lande gelate il peso di una partita mortale, senza vincitori ma solo vinti, tra due emblematici soggetti distruttivi e diffidenti, conflittuali e autodistruttivi, generati dal genocidio, armati di ascia e incapaci di gestire le provviste invernali. Gli Stati Uniti odierni assediati dal ghiaccio da quei film hanno imparato poco.