L'incontro e la... bistecca
Tanta passione nel raccontare la «nobile arte» del pugilato
A noi contemporanei potrà sembrare strano che si combatta un incontro di boxe per una bistecca eppure è proprio quello che accade nel racconto di Jack London pubblicato sul numero del 20 novembre 1909 del Saturday Evening Post
A noi contemporanei potrà sembrare strano che si combatta un incontro di boxe per una bistecca eppure è proprio quello che accade nel racconto di Jack London pubblicato sul numero del 20 novembre 1909 del Saturday Evening Post, Una bella bistecca; il racconto è incluso assieme a altri due ne La sfida e altre storie di boxe (Newton Compton, 2018, pp 248, euro 7,90).
Tom King, un vecchio pugile, affronta l’ennesimo incontro di boxe per provvedere al sostentamento della famiglia ma anche per mangiarsi una bella bistecca; è vecchio per la boxe, ormai ha 40 anni, il corpo esausto, sfibrato dai tanti incontri.
L’intero racconto è incentrato sul tema gioventù/vecchiaia: Tom deve affrontare il giovane Sandel che appare sul ring come un semidio, con i muscoli guizzanti come “oggetti vivi sotto la pelle bianca”, determinato a guadagnare soldi mentre lui, Tom, desidera solo una bella bistecca.
Lo scontro generazionale che vede Tom perdente si inquadra in un contesto più ampio: la luce radiosa della giovinezza e il declino triste della vecchiaia; gli sovviene il ricordo di un vecchio pugile da lui sconfitto quando era nel pieno delle sue forze che piangeva come un bambino.
Ora è lui che piange, una sorta di nemesi a causa della quale i vecchi sono destinati ad essere soppiantati dai giovani di generazione in generazione in modo crudele; Tom si batte come un leone ma invano ed è la tragedia della vita che sale su quel ring; qui il pugilato è solo il contorno, spietato, allucinato della dura legge della vita e London conosceva bene quello sport per averlo praticato e per aver fatto il cronista sportivo in gioventù.
In perfetta simmetria con il dramma della vecchiaia affiora il dramma della gioventù stroncata nel racconto lungo The game; qui Joe Fleming, ventenne dalle belle speranze, accompagnato dalla sua giovanissima Genevieve con la quale forma una coppia che sembrava “fatta per la progenie”, con un futuro che si spalanca davanti assumendo i contorni fisici di una casa, di un tappeto e quelli di una florida famiglia americana, affronta il suo ultimo incontro - poiché ha promesso alla sua donna che sarebbe stato l’ultimo - con baldanza giovanile, con le certezze della gioventù che finiscono però distrutte da un terribile Gioco - quello della boxe - spietato come la legge darwiniana del più forte e questa sconfitta si materializza nel corpo nudo del giovane, steso sul tavolo dello spogliatoio, ormai morto per essere scivolato su una tela bagnata e proprio quando l’incontro sembrava vinto.
Beffarda la vita - sembra suggerirci London; quei due giovani sono sconfitti da una forza più grande di loro e Genevieve alla fine del racconto deve dire addio ai tappeti, ai mobili, alla casetta in affitto, alle “trepide notti al chiarore delle stelle”, al “piacere dell’abbandono, l’amare e l’essere amata”.
Il Gioco ha mietuto le sue vittime e sono qui vittime giovani, colte all’alba della vita, sacrificate sull’altare della dura Necessità da un meccanismo perverso che stritola ogni tentativo di sopravvivenza.
Il messicano invece è un racconto che alza la posta in gioco; qui non ci si batte per denaro ma per la Causa, la rivoluzione messicana che London seguì da vicino in qualità di cronista e che includeva un tema assai caro allo scrittore, la lotta di classe.
Felipe Rivera è l’eroe di questa storia, un giovane messicano disprezzato da tutti, il lavapavimenti della Giunta rivoluzionaria, colui che porta denaro di ignota provenienza salvo poi scoprire che quel denaro è il premio di incontri di boxe; Felipe odia la boxe, per lui è un gioco da gringos, ma il denaro occorre alla causa rivoluzionaria.
Giovane misterioso, silenzioso, con un segreto custodito nel cuore – la morte dei suoi genitori nella repressione dello sciopero di Rio Blanco dovuto alle insopportabili condizioni di lavoro in fabbrica (“seimila lavoratori affamati e pallidi, i bambini che sudavano e soffrivano in lunghi turni di lavoro per dieci centesimi al giorno”), Felipe lotta con tutto se stesso per il trionfo della Causa e vince.
Nessuno avrebbe scommesso su di lui, il “piccolo topo messicano” come lo chiama il suo avversario Danny Ward; eppure quel “topo”, ultimo gradino della scala sociale, non ha alcuna intenzione di mollare.
Felipe ha ancora davanti agli occhi i mucchi di cadaveri della repressione dello sciopero, il volto di sua madre che affiora dal mucchio schiacciata dagli altri cadaveri, l’orrore della dittatura di Porfirio Diaz; quella repressione sarà l’inizio della rivoluzione del 1910, dell’epopea di Emiliano Zapata e di Pancho Villa, del riscatto di un popolo oppresso a cui London guardava con simpatia per via delle sue idee libertarie e socialiste.
Alla fine ciò che conta è solo la Rivoluzione per Felipe; la sua determinazione vince su ogni oppositore perché l’eroe ha alle spalle il sogno di una vita migliore per migliaia di poveri diavoli la cui sopravvivenza dipende da lui, piccolo grande uomo su un ring, nel Gioco spietato della vita che si accanisce sui più deboli.