Lo scrittore bifronte

London «politico» con l'istinto della profezia

Alfonso Musci

Il caso letterario più rappresentativo del doppio abbraccio da parte di regimi avversi tra loro è forse George Sorel. Nel 1932 l’ambasciatore italiano a Parigi offrirà la disponibilità del governo fascista di celebrarlo in patria con un monumento funebre, lo stesso farà l’ambasciatore sovietico

Il caso letterario più rappresentativo del doppio abbraccio da parte di regimi avversi tra loro è forse George Sorel. Nel 1932 l’ambasciatore italiano a Parigi offrirà la disponibilità del governo fascista di celebrarlo in patria con un monumento funebre, lo stesso farà l’ambasciatore sovietico. Con Jack London la simpatia non giungerà mai a tanto, ma non sbaglieremmo a includerlo tra i più celebri scrittori bifronti, capaci cioè di analoga fortuna postuma tra i fascisti quanto tra i comunisti ma ostinatamente invisi ai potenti. 

Dalla seconda metà degli anni venti editori italiani, russi e tedeschi si contesero i suoi titoli per la presa popolare esercitata da opere come Il richiamo della foresta, Zanna Bianca o Martin Eden, dominate dall’eroismo individuale e dal mondo selvaggio della natura. Due elementi che, insieme, fanno di London un socialista e un superomista. 

Nel 1894 aveva aderito all’idea socialista per istinto e prossimità alla miseria sottoproletaria, ma nel 1916, anno della morte, mise per iscritto la propria acre disillusione verso una prassi politica ormai inaffidabile: «Alle origini ero membro del vecchio Socialist Labor Party, che era rivoluzionario e combattivo… in questi ultimi anni la tendenza è stata tutta un compromesso e il mio spirito si rifiuta di sostenere cose così penose, non posso più restare membro del partito».

Il tallone di ferro (1908), fantasiosa chiaroveggenza sul fascismo, sarà un libro di culto per generazioni. I capi delle brigate partigiane suggerivano di leggerlo ai loro uomini tra un’azione e l’altra, per temprare l’animo guerresco. Trotsky lo mise sullo stesso piano delle teorie di Lenin e Rosa Luxemburg per comprendere le mostruosità del capitalismo oligarchico e finanziario.

Nel 1910 London darà alle stampe una raccolta di scritti politici intitolata Revolution and Other Essays, tra cui la pietra miliare del suo darwinismo, The Other Animals (1908) un testo di risposta polemica nientemeno che a Theodore Roosevelt, testimonianza esemplare della sua etologia di sinistra. Ma da dove originava la controversia? Il primo a inveire contro i ‘giallisti dei boschi’, contro quei narratori contagiati da Darwin che amavano umanizzare gli animali e animalizzare gli umani, era stato John Burroughs. Il colpo di grazia giunse però per mano di Teddy in persona, inarrestabile e brutale cacciatore di orsi e panda. 

Nell’intervista su Everybody’s Magazine (1908) intitolata Nature Fakirs dirà che in Zanna bianca vanno in scena combattimenti tra cani tanto falsi quanto esemplari dell’indigeribile moralizzazione del mondo animale così di moda tra gli scrittori progressisti nordamericani: Ernest Thompson Seton, William J. Long, Charles G. D. Roberts. 

Il momento saliente della disputa fu scatenato dalle tesi di Long sulla perizia medica dei beccaccini, che sarebbero stati in grado di medicarsi e cauterizzare ferite, divenendo scopritori, malgrado l’assenza di mani, dell’arte chirurgica. La disputa proruppe e divenne moneta corrente. Rapidamente il titolo originale Nature fakirs divenne Nature fakers, “falsificatori della natura” e fu rivolto indistintamente dai rooseveltiani alla vasta schiera di infidi ideologi del progresso. Come altri nomignoli iconici del presidente, al pari di Muckrakers (spalatori di merda), usato contro i giornalisti d’inchiesta che avrebbero voluto mettere a nudo le sordide logiche del potere, anche Naturefakers entrò nel senso comune, come sinonimo annacquato di ‘socialista’. 

Il presidente americano non amava puntare il suo riflettore su personalità così lontane da lui, tuttavia nel caso di Jack London la divergenza politica celava una fatale convergenza antropologica. Tra il 1905 e il 1906 lo scrittore prese infatti a girare come conferenziere i più prestigiosi atenei del paese, Harvard, Yale, Chicago, dando corso a un vero apostolato ideale e diffondendo la sua peculiare predicazione in chiave rivoluzionaria della strenuous life: forza di carattere, forza fisica, forza di volontà, necessarie per dominare le circostanze e cambiare il corso della storia. Era la base morale del suo socialismo, impulso naturale e temperamento granitico necessari alla rivoluzione. 

Un rovesciamento a sinistra dei valori virili e della rude vita osannata da Roosevelt a partire dal celebre discorso pronunciato da governatore di New York nel 1899: The Strenuous Life. La risposta di London arriverà lenta ma sarà amara e così riassumibile: io sarei un naturefaker? Falso, io ho sempre difeso l’istinto e la libertà animale dai pregiudizi umani, provando a divulgare con la mia letteratura le conquiste scientifiche e morali dell’evoluzionismo. Roosevelt mi critica? Ma lo avete visto bene? Egli è solo un penoso dilettante omocentrico (homocentric amateur) che ha paura della libertà.

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