Icaro
Respighi creava il suono goccia a goccia
Ci sono fontane e fontane, alcune da vedere altre anche da ascoltare, soprattutto a Roma, dove si può passare, in un batter di ciglia e nel voltare un qualsiasi angolo del centro, da uno dei quasi duemila “nasoni” all’imponente Fontana di Trevi
Ci sono fontane e fontane, alcune da vedere altre anche da ascoltare, soprattutto a Roma, dove si può passare, in un batter di ciglia e nel voltare un qualsiasi angolo del centro, da uno dei quasi duemila “nasoni” all’imponente Fontana di Trevi.
Nel corso dei secoli, le suggestioni legate a queste visioni non hanno sollecitato soltanto pittori e letterati, ma anche compositori. Nel 1916, ad esempio, Ottorino Respighi firma una delle opere più note e affascinanti del repertorio musicale italiano d’inizio Novecento: il poema sinfonico Le fontane di Roma.
Respighi si colloca in un momento in cui in Italia si sente forte la necessità di ridare slancio a una produzione che non fosse legata al melodramma. Lo straordinario successo di compositori come Verdi, Puccini, Leoncavallo o Mascagni aveva determinato, nell’Italia tra Ottocento e Novecento, un notevolissimo ridimensionamento della musica di tipo strumentale. Allo stesso tempo, sul piano teorico e critico, intellettuali come Guido Pannain, Fausto A. Torrefranca o Giannotto Bastianelli si trovano tutti variamente impegnati nel dare fisionomia e caratterizzazione agli studi musicali nel nostro Paese e nel rilanciare l’eccellenza della tradizione musicale (strumentale) italiana, anche in una prospettiva europea. Ed è proprio in questo quadro che troviamo anche Respighi.
Nato il 9 luglio 1879 a Bologna, Respighi si forma, da bambino, come violinista, per diventare poi, nel 1891, allievo di Giuseppe Martucci. A questo maestro italiano, seguirà nel 1899 il celebre Rimsky-Korsakov, insegnante anche di Igor Stravinskij, che eserciterà sul giovane allievo bolognese un’influenza determinante sul suo stile di orchestrazione. Nel 1903, il ritorno in Italia coincide con l’avvio di una carriera di successo come violinista, gradualmente messa da parte a favore dell’attività compositiva. Neppure l’insegnamento e l’incarico di direttore del conservatorio Santa Cecilia lo convinceranno a limitare il proprio impegno in quest’ambito. Respighi, anzi, abbandona qualsiasi attività diversa dalla scrittura della musica, a cui si dedica in modo esclusivo e totalizzante. Considerato per alcuni una sorta di Strauss italiano, Respighi, alla continua ricerca di una certa chiarezza formale, ha sempre guardato con ammirazione alle forme musicali settecentesche e alla qualità costruttiva dei compositori di quel tempo, in qualche modo dando al proprio stile un’intonazione neoclassica.
Fontane di Roma – primo lavoro dell’ideale “trilogia romana” composta da Pini di Roma (1924) e Feste romane (1929) – è un poema sinfonico articolato in quattro parti, ciascuna delle quali dedicata a una fontana: La fontana di Valle Giulia all’alba, La fontana del Tritone al mattino, La fontana di Trevi al meriggio, La fontana di Villa Medici al tramonto. L’elemento descrittivo è evidente già dai titoli e lo è ancora di più all’ascolto. Il compositore si muove tra la quiete mormorante dell’inizio del primo movimento alla maestosità e grandiosità del secondo e del terzo movimento, chiudendo così come aveva iniziato, nella tranquillità che anticipa la notte.
Questo lavoro, seguendo le quattro fasi del giorno, dall’alba al tramonto, passando per il mattino e il meriggio, è una sorta di apologia di alcune delle più famose fontane romane, raccontate musicalmente nel momento del giorno in cui esprimono la loro massima bellezza. È un vero e proprio elogio musicale, la cui eccezionale efficacia è frutto della straordinaria e ampiamente riconosciuta qualità di orchestratore di Respighi.