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Basaglia, storia di libertà

dorella cianci

L’anno che si è appena concluso ha avuto molte notevoli ricorrenze, fra cui quella di uomo che ha rivoluzionato la psichiatria: Franco Basaglia

L’anno che si è appena concluso ha avuto molte notevoli ricorrenze, fra cui quella di uomo che ha rivoluzionato la psichiatria: Franco Basaglia. Per ricordare questa straordinaria figura italiana, consigliamo qui un bellissimo libro edito da Laterza, “Cento giorni che non torno”, scritto dalla giornalista Valentina Furlanetto. Il sottotitolo dice già molto chiaramente il contenuto, alludendo a “storie di pazzia, di ribellione, di libertà”. 

«Il manicomio – disse Basaglia – non è un luogo di cura, ma di esclusione» e poi aggiunse: «riformare la psichiatria significa riformare la società»: queste due citazioni sottolineano le convinzioni più profonde del noto psichiatra, il quale riteneva che il cambiamento nel trattamento della salute mentale fosse strettamente legato a un’ ampia trasformazione sociale, precisando inoltre, con decisione, come sia importante l’interazione del rispetto reciproco nel processo della cura mentale. Basaglia, come noto, criticò profondamente il modello manicomiale tradizionale e la sua opera culminò con la Legge 180, che portò alla chiusura dei manicomi in Italia.

Chi era Franco Basaglia oltre quello che tutti già conoscono? A suo modo un rivoluzionario, che si oppose, peraltro, al regime fascista, ma era anche un uomo che decise di lottare per l’eliminazione delle ingiustizie sociali. Scrive Furlanetto: «Cent’anni dopo la nascita di Basaglia, seduta alla scrivania, cerco di dipanare il groviglio di fili di queste vite parallele. Qui si intrecciano storie di guerra, di povertà, storie di una crescita economica, che pure lasciò indietro molte persone, fino a schiacciarle». Nel suo libro si riferisce a Basaglia e alla vita parallela di una donna, Rosa, che lo psichiatra aveva incontrato, anni prima, nella sua Venezia. Rosa era figlia di un falegname e un giorno fu investita, probabilmente da un gerarca fascista. Da quel trauma notevole ebbe inizio la storia di una malata psichiatrica. Implicito chiedersi «che malattia è quella che riguarda la mente»? Ovviamente il nostro pensiero va subito a un libro epocale di Foucault del ’61, Storia della follia nell’età classica, dove si ricostruisce, attraverso un percorso storico, lo status della pazzia , racchiudibile anche in quello straordinario quadro del 1494 di Bosch, Nave dei folli, in cui sulla tela sono rappresentati personaggi strani, stretti su una piccola imbarcazione, che viaggiano verso l’ignoto.

Dal Seicento fino ai giorni di Basaglia, come si evidenzia correttamente nel libro qui proposto, si è ritenuto il manicomio come un luogo per difendere i cosiddetti “normali” dallo scandalo delle “deviazioni”. Rosa aveva bisogno di vergognarsi, per una vita intera, della sua salute mentale? Perché si ritenevano lecite le torture elettriche efficaci sui maiali (come provò nel ’37, a suo modo, lo psichiatra Ugo Cerletti), senza tener conto della dignità umana? Dove aveva testato Cerletti la pratica dell’elettrochoc, se non al macello di Roma? In maniera criminale e assurda questi test furono ritenuti, per lungo tempo, rassicuranti nell’applicazione sulle donne e sugli uomini, senza tener conto che -  dopo questa “somministrazione elettrica” - la persona somigliava sempre più a una larva, come raccontò, anni dopo, Alda Merini. L’evasione mentale di Rosa, prima del miracolo di Basaglia, furono i libri, i più adatti a trasportare la mente nell’oltre, fuori, in zone di confine (possibilmente più liete).

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