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Foggia si «riprende»
il suo pomodoro

Ora sulle etichette c’è scritta l’origine del prodotto. La Coldiretti: «Via i marchi stranieri» cosa cambia con la nuova legge

pomodoro

di MASSIMO LEVANTACI 

FOGGIA - Comincia una fase nuova per il pomodoro da industria prodotto in provincia di Foggia e per i consumatori che lo acquisteranno sugli scaffali dei supermercati e dei negozi alimentari. Il consiglio è di guardare le etichette: sono già presenti confezioni che indicano l’origine della provenienza del pomodoro, dove è stato coltivato e trasformato. Il consiglio della Coldiretti che ha organizzato a Foggia un convegno proprio su come leggere le nuove etichette è quello di «preferire i prodotti, concentrato o sughi pronti, che volontariamente indicano sulla confezione l’origine nazionale 100% del pomodoro utilizzato». Ricordiamo che il decreto interministeriale per l’origine obbligatoria sui prodotti come conserve e salse, oltre al concentrato e ai sughi, è uno strumento - dice l’organizzazione agricola - utile soprattutto alla Capitanata che produce il 40% del pomodoro italiano e può trarre vantaggio da queste nuove norme. In che modo? Certificando l’origine di una produzione che oggi la gran parte dei consumatori ignora.

«La provincia di Foggia - ha ricordato Lorenzo Bazzana, responsabile settore Ortofrutta della Coldiretti nazionale – è leader nel comparto con 3.500 produttori di pomodoro che coltivano mediamente una superficie di 26 mila ettari, per una produzione di 22 milioni di quintali ed una produzione lorda vendibile di quasi 175.000.000 euro. Dati ragguardevoli se confrontati al resto d’Italia con i suoi 55 milioni di quintali di produzione e i 95mila ettari di superficie investita». Numeri che non tornano quando però si dà un’occhiata agli stabilimenti che trasformano il pomodoro, «ben 223 dei quali 134 in Campania e 32 in Emilia Romagna», come dire che il prodotto una volta raccolto prende quasi tutto la strada di altre regioni. Ma finchè resta in Italia poco importa.

Il danno, secondo la Coldiretti, lo fanno le importazioni, «ben 82.000 tonnellate di concentrato di pomodoro provenienti dalla Cina per produrre salse “italiane”». Ecco perchè il decreto interministeriale firmato dai ministri Martina e Calenda e dal febbraio scorso «è una misura attesa di trasparenza per produttori e consumatori dopo che dall’estero – sottolinea il presidente di Coldiretti Foggia, Giuseppe De Filippo - sono arrivati nel 2017 ben 170 milioni di chili di derivati di pomodoro che rappresentano circa il 25% della produzione nazionale in equivalente di pomodoro fresco. Un fiume di prodotto che per oltre 1/3 arriva dagli Stati Uniti e per oltre 1/5 dalla Cina e che dalle navi sbarca in fusti da 200 chili di peso di concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro». Tutto ciò ha determinato un abbattimento dei prezzi alla produzione che per le aziende agricole è diventato insostenibile.

«Nel 1985 - ricorda De Filippo - il pomodoro da industria veniva pagato 180 lire. L’attuale prezzo è identico a quell’anno dell’anno scorso e del 1985. Ovviamente gli industriali continuano a chiedere di ridurre la produzione nazionale perché ritenuta eccessiva, mentre continuano inarrestabili gli sbarchi di pomodoro concentrato dall’estero, un affronto alle nostre produzioni di qualità made in Italy».

La palla perciò passa ai consumatori: solo loro, potendo ora scegliere da prodotto italiano o non italiano, possono decidere da che parte stare e modificare gli equilibri a vantaggio dell’agricoltura e della produzione nazionale. Tanto più che «i derivati del pomodoro – ricorda Marino Pilati, direttore di Coldiretti Foggia - sono il condimento più apprezzato dagli italiani che ne consumano circa 30 chili a testa all’anno a casa, al ristorante o in pizzeria come passate, polpe o il pomodoro a pezzi, i pelati e i concentrati. Finalmente sarà possibile d’ora in avanti fare scelte di acquisto consapevoli e decidere se acquistare prodotti che arrivano da migliaia di chilometri di distanza spesso senza garantire gli standard di sicurezza europei, oppure pomodori Made in Italy».

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