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Il nuovo logo di Bari non piace
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ARMANDO FIZZAROTTI

Parafrasando lo slogan del logo scelto per la città dall’Amministrazione Decaro («Bari non finisce mai»), sembra ora non dover finire più il diluvio di critiche e anche invettive contro il sindaco e l’assessore alla Cultura, Silvio Maselli per la scelta del marchio ora patrimonio del Comune. Molto più rari gli apprezzamenti.
Le quattro lettere che compongono il nome della città, ricordiamo, sono disegnate con simboli che rispettivamente intenderebbero «citare» la Basilica nella B, la rotonda del lungomare nella A, orecchiette e/o focaccia nella R, infine il nuovo ponte nella I. Sotto, la scritta in lingua inglese «Never ends» («non finisce mai»).
Sia a livello «ufficiale» sia nella «piazza virtuale» di Facebook Decaro e Maselli sono quindi fuoco incrociato per la scelta operata.

È al vertice della «piramide» nella quale si vorrebbe già mummificare il logo appena «partorito», la consigliera di centrodestra Irma Melini, schierata con l’opposizione.
«Chiederò al sindaco di non utilizzare il logo scelto dalla Commissione creata ad hoc e pagato ben 57mila euro per la sua ideazione» ha dichiarato Melini».«D'altronde ora il logo è di proprietà del Comune - prosegue - e farebbe bene a metterlo in un cassetto. Questo logo non rappresenta la città della Fiera del Levante, del Borgo antico, di San Nicola con la sua Basilica e la Cattedrale. Non è possibile continuare a declinare Bari come la terra del panzerotto o peggio del pilone del ponte i cui lavori sono durati lustri e il cui costo è stato esorbitante per le tasche dei baresi. "Non finisce mai", peggio scritto in inglese sempre nella terra del panzerotto e non a NY, andrebbe rivolto a questa Amministrazione che "non finisce mai" di sorprenderci per come è completamente scollata dalla realtà di questa città» conclude la consigliera.
La «piramide» di critici è poi composta da decine e decine di utenti dei «social network», dai semplici cittadini ai professionisti di arte e grafica.

Fra le varie stroncature spicca quella dell’avvocato Giancarlo Di Paola, già presidente dell’Accademia di Belle Arti e fratello del consigliere comunale di opposizione Domenico Di Paola (Impegno Civile), che cita la frase fantozziana «Una cagata pazzesca!» per invocare una fiaccolata anti-logo, il 28 aprile alle 20,30 «sotto al Comune» annuncia.
Per veemenza critica si distingue anche il commerciante Donato Foggetti, noto in città per essere stato l’unico detrattore su Facebook di Decaro (del quale è stato compagno di liceo) ad essersi presentato di persona al Comune quando il sindaco ha promosso il pomeriggio di confronto con chi è più «attivo» sul web nell’attaccare le sue scelte politiche. «Ritiratevi falliti!» spara Foggetti, ritenendo che un logo di gran lunga migliore e a costi ben più contenuti avrebbero potuto idearlo i «quattro ragazzi che hanno creato il logo Ultras Bari, che è bellissimo!» sottolinea, concludendo: «Praticamente non abbiamo eletto un Sindaco ma un Personal Stylist... La verità è che a voi vi devono togliere il potere decisionale e i soldi, state facendo solo danni a Bari e ai baresi».

Parole come «ridicolo», «schifo», «merda», «obbobrio» eccetera eccetera partono contro gli esponenti del governo cittadino come missili (quanti telecomandati è impossibile però stabilirlo). Altri con toni meno accesi sottolineano la «non leggibilità» del logo, che se va spiegato ai baresi, argomentano, «figuriamoci ai turisti e agli stranieri... ».
E fra i tanti commenti spicca infine, condivisa da tanti, la richiesta al sindaco e all’assessore Maselli di rendere pubblico tutto l’iter che ha portato alla scelta (proposte, commissione e classifica finale) del marchio.
Insomma, la questione sembra proprio destinata «a non finire mai».

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Commenti all'articolo

  • rossini

    12 Aprile 2017 - 08:20

    Se penso che questo logo insulso ci è costato € 57.000; a noi Baresi che siamo alla canna del gas con le strade cittadine piene di buche, mi cadono le braccia. Ma non era più semplice indire una gara fra gli studenti degli istituti artistici della città? Magari ricompensando l'istituto di appartenenza con strumenti didattici, di cui le nostre scuole sono sempre carenti, come computer e monitor?

    Rispondi

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