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E 30 anni fa internet ribaltò il mondo tra fantasia e realtà

oscar iarussi

Per i trent’anni di Internet o, meglio, del primo collegamento italiano al web (30 aprile 1986), viene voglia di fare una premessa che sia una promessa. Promettiamo a un bambino che un giorno di questi gli mostreremo qualcosa di sofisticato e per certi versi di «culturale». Tipo, un nespolo o un peschereccio, una lucertola o una fionda.

Lasceremo a casa il telefonino, che magnificamente in italiano si dice anche «cellulare» come il carcere o il mezzo per il trasporto dei detenuti. Andremo in campagna o in riva al mare, neanche fossimo in una vecchia canzone di Celentano o di De André, e lì proveremo a spiegargli che c’era una volta il mondo. Non il world wide web, la «ragnatela mondiale» che irretisce tutti, bensì il mondo-mondo, palpabile e concreto, eppure fantastico e onirico.

Il meteo, per esempio, non era una faccenda complicata né pretenziosa, non c’erano trenta siti da confrontare. Qualcuno al tramonto pronosticava: «Rosso di sera, bel tempo si spera». I più pessimisti, i padri a volte lo sono, sentenziavano: «Cielo a pecorelle, pioggia a catinelle». E se invece all’indomani c’era il sole o la neve, amen. Nel mondo-mondo, «aprile» rimava con «dolce dormire», ma anche con «non ti scoprire». Cose così, saggezza popolare, favole, esperienza. Più o meno eguali per secoli.

E poi? «Poi piovve dentro a l’alta fantasia». È un verso del Purgatorio di Dante che Italo Calvino sceglie per introdurre il concetto di «Visibilità» nelle sue Lezioni americane concepite nel 1985. Internet è quella roba lì: visibilità totale, radicale, globale. Per noi di una certa età è la fantasia che irrompe nella realtà, mentre per i ragazzi è il contrario: è la realtà che «piove» nella fantasia. Collegarsi a Internet per i bambini è naturale come il latte materno e la «rete» fa parte del paesaggio antropologico, al pari degli alberi, anzi di più. E se i genitori compulsano il telefonino centinaia di volte al giorno in cerca di un link, di un post, di un tweet di Renzi o della vicina di casa, di un messaggino WhatsApp, come pretendere che i figli non siano connessi 24 ore su 24? Col tintinnio dei social che incalza anche in piena notte... Generazione sonnambolica o fantasmatica, chissà.

Portiamolo pure, il bambino, a vedere il nespolo o la lucertola live, «dal vivo», ma per lui sarà un’occasione di archeologia visiva, lo stralcio di un mondo così vicino, così lontano dal display, dove tutto si svolge e tutto si consuma. C’è da preoccuparsi? Forse. Sebbene non staremmo a fare la morale giusto in occasione dell’Internet Day di domani, oltretutto da quale pulpito non si sa.

Certo, resta da capire come stanno cambiando le relazioni e i sentimenti. Più Internet corrisponde a più socialità o tradisce un’infinita solitudine? I numeri impressionanti del porno on line dicono qualcosa, però vanno alla grande pure i siti di incontri amorosi. C’è poi l’economia, c’è il mercato digitale che finora ha divorato il lavoro e milioni di lavoratori. Una formidabile «frontiera della crescita» potrebbe essere l’«Internet delle cose», scrive Carlo De Benedetti («Il Sole 24 Ore» di ieri), citando la Silicon Valley e le ricerche dell’Università di Pisa.

D’altronde dal Centro universitario per il calcolo elettronico del Cnr di Pisa partì il segnale che giunse alla stazione di Roaring Creek in Pennsylvania, collegando l’Italia alla rete quel 30 aprile di trent’anni fa. Ricorda Vinton Cerf, uno dei «padri di Internet» che era negli Usa a ricevere il segnale: «L’esplorazione italiana era in corso allo stesso tempo di quella americana». Il futuro? Cerf concorda con De Benedetti: «La prossima frontiera è l’Internet delle cose», ovvero gli oggetti di uso quotidiano che comunicano tra loro, senza l’intervento umano.

Nelle celebrazioni del trentennale a Washington, l’ambasciatore italiano Armando Varricchio ha offerto un esempio illuminante: «Nel 1986 c’è Chernobyl. I bambini che sfilano il 1° maggio a Kiev non sanno che cinque giorni prima c’è stata la grande esplosione al reattore. Sono quelli che porteranno per tutta la vita i segni delle radiazioni. Tutto questo oggi non sarebbe possibile, perché grazie a Internet quei bambini non sarebbero stati quel giorno sulle strade di Kiev. Ma è anche vero che Internet è lo strumento più utilizzato da coloro che radicalizzano in rete i nuovi adepti del terrorismo estremista».

Riccardo Luna, digital champion del governo italiano parlando dell’Internet day di domani dice: «Siamo stati i quarti al mondo a collegarci a Internet, oggi siamo i quartultimi in Europa. In questi trent’anni non abbiamo corso, anzi ci siamo fermati. Così la nuova sfida è far partire finalmente il bando per la banda ultralarga».

Vero. E speriamo che, varato il bando, i tempi della «banda» non siano quelli biblici della Salerno-Reggio Calabria. Tuttavia restano labili i confini tra autenticità e finzione. È di ieri la notizia – proveniente dall’Università di Madrid - secondo la quale i contatori che registrano gli accessi ai video su Internet utilizzati dalla pubblicità a pagamento, contano anche il 60% delle visite gonfiate dai botnet, i programmi «subdoli» che imitano il comportamento degli utenti, facendo aumentare artificiosamente i numeri dei contatti. Insomma, sono falsi. E oggi esce nelle sale cinematografiche Infernet di Giuseppe Ferlito, con Roberto Farnesi, Ricky Tognazzi e Remo Girone: storie tra reale e virtuale di cyber-bullismo, pedofilia, pornografia, prostituzione minorile, dipendenza da gioco online e omofobia.

Insomma, nel dubbio, una nespola la sbuccerei.

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