PECHINO - In una delle più esasperate reazioni degli ultimi anni, il portavoce del ministero degli esteri cinese Qin Gang si è scagliato oggi con violenza contro il Dalai Lama. Secondo Qin il leader tibetano e premio Nobel per la Pace vuole «ricreare in Tibet un crudele sistema di schiavitù» e per far questo, aiutato dalla sua «cricca», «continua a promuovere attività secessioniste» nel Tibet.
In una conferenza stampa nella capitale, Qin ha negato oggi quanto affermato dal gruppo filo-tibetano Tibet Watch in un documento secondo il quale negli ultimi mesi la repressione religiosa si è intensificata in tutto il Tibet. Nel documento, il gruppo afferma tra l'altro che le autorità cinesi stanno costruendo nuove stazioni di polizia nei pressi dei monasteri e hanno rafforzato la pressione su monaci e suore, imponendo il divieto di portare immagini del Dalai Lama e degli altri grandi Lama tibetani esiliati.
Gran parte dei monasteri, accusa Tibet Watch, sono stati restaurati solo per essere trasformati in musei. Una monaca tibetana trovata con al collo una foto del Dalai Lama ha raccontato di essere stata presa «a pugni e a calci». «Mi usciva il sangue dalla bocca - ha proseguito la suora - poi mi hanno legato ad un palo e picchiata a lungo».
Le denunce di Tibet Watch sono solo l'ultimo anello di una catena di notizie che indicano un netto peggioramento della situazione sul «tetto del mondo». Dopo anni di relativa tregua - dovuti probabilmente alle discussioni in corso tra rappresentanti del Dalai Lama e del governo di Pechino - sembrano infatti tornati i tempi del confronto.
Dopo oltre quattro anni e almeno sei incontri il tentativo di dialogo è fallito quando si è affrontata la questione dello status dei tibetani che vivono fuori dalla Regione Autonoma del Tibet, nelle province del Gansu, Qinghai, Sichuan e Yunnan in zone che facevano parte del Tibet storico e che dopo la presa del potere da parte del Partito Comunista sono state incorporate in altre province.
Il leader tibetano chiede che anche a queste persone - circa la metà dei cinque milioni di tibetani che vivono in Cina - venga applicato il principio della «genuina autonomia».
L' altro fattore che viene citato per spiegare la pesantezza delle accuse rivolte da Pechino al Dalai Lama - in un editoriale dell'agenzia Nuova Cina, la scorsa primavera, è stato addirittura accusato di aver fatto assassinare almeno quattro oppositori politici - è l'avvicinarsi delle Olimpiadi, che la Cina teme possano essere un'occasione di protesta per i militanti tibetani o filo-tibetani.
Negli episodi più recenti, il tibetano Ronggyal Adrak è stato condannato a otto di prigione nella provincia del Sichuan, in una zona etnicamente tibetana, per aver gridato slogan inneggiati al Dalai Lama durante una funzione pubblica. In seguito, altre tre persone - Adruk Lopo, Jamyang Kunkyen e Lothok - sono state condannate a pene fino a dieci anni per aver inviato all'estero foto che documentavano l'arresto di Adrak.
Secondo il Tibet Information Network, un gruppo umanitario buddhista, violenze si sono verificate alla fine di ottobre nelle province del Qinghai, del Gansu e del Sichuan e a Lhasa, nel monastero di Drepung, quando le forze di sicurezza cinesi hanno cercato di impedire i festeggiamenti per la concessione al Dalai Lama della medaglia d'oro da parte del Congresso degli Usa.
Il Dalai Lama attuale, il 14esimo del suo lignaggio, vive in esilio dal 1959, quando fuggì perché temeva che i militari cinesi, che otto anni prima avevano occupato il Tibet, lo volessero arrestare. Nel 1989 gli è stato assegnato il premio Nobel per la pace in riconoscimento del suo impegno a favore della non-violenza.
Beniamino Natale
Martedì 11 Dicembre 2007, 15:45
01 Marzo 2026, 19:19
















