«L’evento certamente più notevole fu la fondazione di una comunità israelitica a Bari, la prima nella storia recente di questa città, dove la presenza di ebrei era assai scarsa. Già alla fine del 1943 venne ricostruito un consiglio provvisorio della comunità». Così lo storico berlinese Klaus Voigt, nel volume Il rifugio precario (1993) ricostruiva le drammatiche vicende degli ebrei che riuscirono a trovarono accoglienza nel capoluogo pugliese e nel resto della regione in un dopoguerra anticipato rispetto al resto del Paese.
All’indomani dell’armistizio dell’8 settembre 1943 gli ebrei liberati dai campi di internamento fascisti, disseminati nel Meridione, si diressero verso una regione che dalla fine di settembre, liberata dai tedeschi, si trovava sotto il controllo militare degli alleati anglo-americani. In una situazione per certi versi unica nel contesto europeo iniziarono infatti ad affluire a Bari, anche dall’altra sponda dell’Adriatico, ebrei jugoslavi e di diverse altre nazionalità, in fuga dal terrore nazista che dilagava nella penisola balcanica. Gli alleati allestirono alla periferia di Bari, nella frazione di Carbonara, a Torre Tresca, un grande campo profughi, avvalendosi delle baracche di un ex campo di concentramento militare per prigionieri di guerra. Nella struttura del capoluogo pugliese, sostiene ancora Voigt, «i profughi venivano registrati, liberati dai parassiti, visitati da medici, curati quando era necessario e riforniti di abiti. A Bari oltre al reparto per la quarantena, vi era una zona del campo destinata ad accogliere i profughi per un soggiorno più lungo».
Il campo di Torre Tresca definito, «Transit Camp n. 1», non fu sufficiente a contenere il grande afflusso di rifugiati. Furono requisiti alcuni appartamenti nel centro della città e molti ebrei trovarono occupazione nelle diverse strutture di servizio alleate, come interpreti, traduttori stenodattilografi e in attività artigianali e commerciali. Con il sostegno dell’Unnra (organizzazione delle Nazioni Unite) si iniziarono ad allestire altri campi profughi a Gravina–Altamura e nell’area Salentina, Santa Maria al Bagno, Santa Maria di Leuca, Santa Cesarea e Tricase.
La presenza ebraica si consolidò con l’arrivo nel gennaio ’44 di una unità della Brigata ebraica-palestinese che iniziò a svolgere un’opera assistenziale per i profughi, considerate le loro condizioni di vita precarie dopo anni di persecuzione e di terrore. In questo contesto si costituì inizialmente «un centro ebraico di accoglienza» collocato nel quartiere murattiano, in uno stabile di via Garruba 63, costituito da due uffici che rispondeva alle richieste di aiuto. Nel corso del 1944 sorse «la Comunità israelitica» con la messa a disposizione dell’ammezzato e l’intero primo piano dell’edificio collocato ad angolo tra via Garruba e via Quintino Sella che includeva venti vani. Un ruolo rilevante fu svolto dalla Comunità israelitica di Bari nelle vicende relative alla lotta antinazista in Italia e nella penisola balcanica. Diversi ebrei italiani e di diverse nazionalità, ospitati prima nel campo Transit n. 1 di Bari e poi in quello di Gravina, si arruolarono nelle brigate d’Oltremare, a sostegno della liberazione iugoslava.
La funzione del «nuovo centro di aggregazione ebraica» del capoluogo pugliese è indicato, anche, dallo storico statunitense John A. Davis nel volume Gli ebrei di San Nicandro (2010) che ne sottolinea la rilevanza, soffermandosi sulla figura straordinaria di Enzo Sereni. Quest’ultimo si trasferì dal Cairo a Bari nei primi mesi del 1944 per pianificare operazioni segrete dietro le linee nemiche e per stabilire contatti con gli internati ebrei dei campi fascisti e nazisti dell’Italia del Nord (catturato dai nazisti fu eliminato a Dachau il 18 novembre 1944). Sereni si recò in tutti campi profughi del Salento e si spinse sino a Sannicandro Garganico, dove si era costituita spontaneamente attorno a un capo contadino, Donato Manduzio, un consistente nucleo di adepti dell’ebraismo. Sereni nella sua breve permanenza a Bari consolidò, tra l’altro, il programma per favorire l’emigrazione nella «Terra promessa».
L’attività della Comunità di via Garruba 63 fu molto intensa tra il 1945 ed il 1948 con l’arrivo consistente di altri sopravvissuti dai campi di annientamento nazista. Alla fine del 1946 nella frazione di Palese si costituì ad opera dell’Iro (Organizzazione internazionale dei rifugiati) un altro campo profughi dopo la chiusura delle strutture salentine.
In un articolo pubblicato nel 1947 dalla «Gazzetta», il giornalista Arnaldo Di Nardi scriveva: «Rade baracche in lamiera di ferro si stendono lungo il mare. Naturalmente sognano tutti la Palestina. A Palese il mare i profughi ce l’hanno a portata delle loro baracche, ne ascoltano tranquillo il respiro, essi amano cullare il loro sogno che è quello di un vecchio trabaccolo o di una vecchia carboniera clandestina, veleggiante verso la Palestina col carico dei loro corpi esausti e dei loro dolori».
















