«Più di mille uomini furono uccisi o risultarono dispersi a seguito del disastro. Circa 800 uomini furono ospitalizzati a seguito dell’incursione di cui 628 per l’esposizione all’iprite». Furono questi i primi dati terrificanti del rapporto segreto di Stewart F. Alexander, l’ufficiale medico inviato a Bari dal Quartier Generale delle forze alleate ad Algeri, subito dopo il disastroso bombardamento tedesco del 2 dicembre 1943 che colpi il porto, la Città Vecchia e il quartiere murattiano.
Fu centrato dalle bombe un intero convoglio di circa venti navi anglo–americane che trasportavano i rifornimenti per l’VIII armata inglese. L’incendio di una petroliera e la nafta che fuoriuscì provocò, tra l’altro, l’esplosione del piroscafo, «John Harwey», carico di ordigni contenenti un gas letale, l’iprite. Alexander nella sua indagine descrisse le conseguenze della contaminazione da aggressivi chimici sugli equipaggi dei piroscafi affondati ed affermò che i militari colpiti erano di 12 nazionalità diverse
Nel capoluogo pugliese si verificò l’unico caso di morte chimica di tutto il secondo conflitto mondiale. La rigidissima censura imposta dal primo ministro inglese Wiston Churchill - il porto di Bari era sotto controllo britannico - ebbe l’effetto di nascondere all’opinione pubblica tutte le conseguenze dell’immane disastro che provocò la contaminazione di tutta l’area portuale.
Il raid tedesco ebbe l’effetto di bloccare per diverse settimane le operazioni belliche anglo-americane sul fronte Adriatico e nei Balcani. Alcuni anni dopo, nelle sue memorie, Dwight D. Eisenhower (comandante in capo delle forze alleate in Europa, eletto nel 1952 presidente degli Stati Uniti) ammise le gravi conseguenze dell’attacco tedesco su Bari ed affermò: «Una circostanza connessa al disastro avrebbe potuto avere le più serie conseguenze. Una delle navi era carica di gas che eravamo sempre costretti portarci appresso nell’incertezza delle intenzioni tedesche sull’uso di quest’arma. Per fortuna c’era il vento ed il gas fuggente non recò danni».
Per decenni però calò il sipario sulle conseguenze del raid tedesco sulla città. Le devastazioni furono immani. Le bombe colpirono un gruppo di abitazioni a ridosso della Caserma Regina Elena uno stabile di fronte alla Cattedrale, un intero isolato tra Via Piccinni-Andrea da Bari e Abate Gimma e Roberto da Bari, un gruppo di case tra via Crisanzio e via Pietro Ravanas. Altre bombe caddero sul piazzale della Bari- Barletta e sull’officina della società meridionale del gas. Per le esplosioni moltissime case e muri divisori subirono danni, senza considerare le saracinesche divelte e le finestre crollate. Il Liceo classico Orazio Flacco - in gran parte requisito dalle autorità alleate - subì la rottura di tutti vetri e il danneggiamento degli infissi delle aule.
La città il 3 dicembre assunse un aspetto spettrale per gli enormi cumuli di macerie delle case crollate. Intere famiglie sfollarono e cercarono rifugio nei paesi vicini. Le operazioni di recupero dei corpi furono difficili e durarono diversi giorni. Le autorità militari alleate misero a disposizione mezzi fatti arrivare da Brindisi e da Taranto
Il bilancio ufficiale delle vittime fu presentato dal Prefetto di Bari in una relazione al capo del governo circa venti giorni dopo i luttuosi avvenimenti. Furono recuperate 113 salme in via Crisanzio, 39 tra via Piccinni e via Abate Gimma e 34 nei pressi della Cattedrale.
Tutti gli ospedali di Bari e dei centri vicini furono invasi da migliaia di feriti, militari e civili. I baresi dettero prova di grande solidarietà. Particolarmente colpite furono molti nuclei famigliari della Città vecchia, che per anni vissero in situazioni difficili e di grande precarietà.
I pericoli per il capoluogo pugliese non cessarono il 2 dicembre di settant’anni fa. Dopo un anno e mezzo il 9 aprile del 1945 il porto di Bari e la Città vecchia furono di nuovo devastati dal l’esplosione del piroscafo statunitense «Charles Henderson», carico di pericolosi ordigni bellici, che provocò la morte di oltre trecento portuali e l’intero equipaggio della nave.
Per anni l’area portuale di Bari ha rappresentato una fonte di gravi pericoli ed una delle più grandi pattumiere chimiche al mondo. Il recupero dei piroscafi alleati affondati e la bonifica dei relitti delle navi e dei residuati bellici, tra cui le bombe di iprite , iniziarono solo 1947 e si protrassero per molti anni, provocando seri problemi e nuove contaminazioni al personale della Marina Militare italiana, ai pescatori, ai portuali ed alla popolazione della Città vecchia.
La censura imposta dalle autorità militari anglo-americane, tuttavia, non bloccò la ricerca medico-epidemiologica negli Stati Uniti. L’indagine del colonnello medico Alexander (resa pubblica nel 1947) ebbe il merito, tra l’altro, di raccogliere preziosi dati clinici, tra cui alcuni vetrini dei tessuti dei contaminati - inviati nei laboratori americani - che furono alla base dell’accelerazione delle ricerche biomediche sullo sviluppo della chemioterapia antitumorale.
















