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In Puglia e Basilicata

La testimonianza

Bari, al Di Venere 18 ore di attesa: «Mio padre dimesso peggio di come l'ho portato»

Bari, al Di Venere 18 ore di attesa: «Mio padre dimesso peggio di come l'ho portato»

«È stato mortificante, al limite del vivere civile. Mi chiedo: ma noi meritiamo tutto questo? Questa è la nostra sanità?»

15 Maggio 2022

Flavio Campanella

BARI - La carenza di personale ha ricadute pesanti negli ospedali. Nei Pronto soccorso, poi, la situazione a volte è addirittura drammatica. Mentre le autorità studiano come affrontare l’esodo dei camici bianchi (tra pensione, richieste di trasferimento e dimissioni) senza avere un ricambio adeguato («la situazione attuale è tale che se volessimo assumere al Pronto soccorso dieci medici specializzati non li troveremmo», ha affermato recentemente Vito Montanaro il direttore del Dipartimento Salute della Regione Puglia), i reparti di emergenza e urgenza dei presidi baresi sono spesso in grave sofferenza, anche per mancanza di posti letto nei reparti. La Gazzetta ha raccontato recentemente il caso di una malata rara, costretta ad attendere ben 19 ore prima di essere trasferita nel reparto di Neurologia del Policlinico. Stavolta la storia si è svolta in un luogo diverso: nel mirino del figlio di un paziente è finito il Pronto soccorso del Di Venere.

DENUNCIA L’episodio è avvenuto qualche giorno fa allorquando, in tarda mattinata, Francesco Gatto ha accompagnato il padre ultraottantenne, gravato da svariate patologie. «Arriviamo alle 13 - racconta -. Lui è in stato confusionale con febbre e forti tremori. Viene immediatamente sottoposto a tampone antigenico di rito e, risultando negativo, trasferito in codice arancione nelle stanze adibite al primo soccorso. Si susseguono lunghissime ore di attesa, durante le quali, con cadenza di circa tre ore, provvedo a chiedere con la massima cortesia informazioni al personale incaricato, il quale mi rassicura chiedendomi di aspettare novità che mi saranno prontamente comunicate. Insieme a me c’è mia madre, anch’ella non proprio giovane, ma intenzionata ad attendere notizie sullo stato di salute del marito che non lascerebbe mai da solo, soprattutto perché infermo. Trascorre inesorabilmente l’intero pomeriggio, durante il quale si aspetta che qualche posto a sedere possa liberarsi per far riposare il fisico dopo una lunga e logorante attesa. Ma non so ancora quello che si profilerà all’orizzonte».

SERA Si fa sera e ormai le ore di attesa sono più di 10. «Ci si avvia verso la notte - continua Gatto - e alle 23.30 circa invito il solerte vigilante, che vieta in modo maniacale ai parenti dei malati di avvicinarsi alla vetrata di accesso alle stanze del Pronto Soccorso, a verificare lo stato di salute di mio padre, quantomeno per avere la rassicurazione che sia in vita e che abbia ricevuto la giusta idratazione alla luce della febbre alta che lo ha colpito. Riesco a parlare con una gentile infermiera che mi riferisce come siano terminati gli esami di routine e sia stata disposta una angio tac polmonare. A questo punto sono passate esattamente 11 ore dal nostro arrivo, tanto che mia madre, stanca e disperata, chiede di poter almeno vedere un attimo il marito, anche per rassicurarlo circa la nostra presenza. Viene concessa questa grazia per un minuto di orologio, abbastanza per rendersi conto che mio padre si trova nel letto con la sola coperta portata da casa, non avendo ricevuto altro che una mezza flebo e nemmeno un bicchiere d’acqua. Non parliamo della terapia farmacologica immediatamente comunicata al momento dell’accettazione, totalmente ignorata per tutta la giornata».

NOTTE Cala la notte. «Mentre si è ancora in attesa di comunicazioni - aggiunge Gatto - il vigilante si allontana. Comincia a fare freddo e l’unica sedia posizionata in un punto meno ventilato del Pronto Soccorso viene divisa a ore alterne da me e mia madre. Alle 3 non arriva quasi più nessuno, la stanchezza e la preoccupazione salgono, ma di mio padre nessuna notizia. Alle 4 stranamente non c’è più nessuno all’accettazione, c’è un misterioso silenzio nel reparto, se fossi in malafede penserei che il personale sia andato a schiacciare un pisolino, ma così non è, staranno sicuramente lavorando lontano dai nostri occhi. Mi faccio coraggio: intravedo un infermiere, lo supplico di darmi informazioni, gli dico che io e mia madre aspettiamo dalle 13 e non capiamo per quale motivo non si sia provveduto al ricovero di mio padre, tenendo anche noi all’esterno in estenuante attesa. Affranto, mi riferisce che purtroppo va così, mio padre ha fatto altre due tac e ci vuole del tempo per il referto: bisogna aspettare. Cosicché passano le 5 e comincia ad albeggiare. Siamo a pezzi, penso che tra un po' dovrò ricoverare mia madre che non si regge più in piedi. Alle 6 ricomincia il viavai, ma di mio padre nessuna notizia. Soltanto alle 7 arriva l’esito. “Il paziente può tornare a casa: antibiotico e tachipirina”».

DIMISSIONE Dopo 18 ore di attesa, il paziente viene dimesso. Ma ai disagi secondo Gatto si aggiunge la beffa. «Mio padre - prosegue Gatto - esce dal Pronto Soccorso in barella e con la sola coperta con la quale è uscito di casa. È sfinito, sta peggio di come l’ho portato. Chiedo al medico se sia normale che rientri in queste condizioni e la risposta è serafica: parli con il medico curante. Proprio il medico curante che aveva disposto la base di ricovero! Torniamo a casa in ambulanza, affittata a pagamento per consentire a mio padre di mettersi nel letto con l’ausilio di personale specializzato, visto che non riesce a deambulare. Che dire? Un’esperienza indimenticabile, mortificante, al limite del vivere civile. Mi chiedo: ma noi meritiamo tutto questo? Questa è la nostra sanità? Sono certo che la mia, purtroppo, resterà solo un’amara attestazione di quello che attende chiunque abbia disgraziatamente bisogno di cure. Ho vissuto un incubo, una odissea scandalosa da affrontare nel 2022».

LA REPLICA DEL DI VENERE

In riferimento a quanto riportato nell’articolo della Gazzetta del Mezzogiorno, dal titolo «L'odissea al Di Venere diciotto ore di attesa», si precisa che l’iter seguito risponde in modo puntuale all’obiettivo di consentire al paziente in condizione di fragilità la dimissione protetta, in completa sicurezza, ove non sia necessario o inappropriato – così come risultato – il ricovero ospedaliero. 

Così in una nota arriva la precisazione è del dott. Giovanni Finestrone direttore facente funzione del ps ospedale Di Venere:

Il personale del Pronto Soccorso nelle ore di permanenza del paziente ha eseguito accertamenti ed esami per i quali, in un ordinario ricovero, sarebbero necessari tempi ben più lunghi. Il paziente è stato sottoposto ad un iter diagnostico approfondito: tac cranio, torace e addome, visita dello pneumologo che ha richiesto angio-tac torace e terapia, seconda visita di controllo dello pneumologo che ha prescritto terapia e non indicazione al ricovero.

Va poi ricordato che il Pronto Soccorso dell’Ospedale “Di Venere” è un DEA (Dipartimento Emergenza Accettazione) di primo livello e registra accessi elevati provenienti soprattutto dal 118, simili a strutture molto più grandi, gestendo contemporaneamente due sale per codici rossi e arancioni, due per codici azzurri e verdi, una per i casi sospetti e un’altra “area Covid”, oltre a sei letti tecnici di OBI utili per alleggerire il carico assistenziale sul Pronto Soccorso.

E’ in questa area di Osservazione di Breve Intensiva che è stato trattato il paziente sino alla cosiddetta “dimissione protetta”, con un’adeguata terapia. E’ opportuno chiarire, inoltre, che le linee d’indirizzo nazionali sull’Osservazione Breve Intensiva prevedono una permanenza, che non è semplicemente “tempo di attesa” ma tempo di assistenza, diagnosi e cura, che va da un minimo di 6 ore ad un massimo di 44. L’OBI costituisce, infatti, una modalità di gestione delle emergenze-urgenze per pazienti con problemi clinici acuti ad alto grado di criticità ma a basso rischio evolutivo, oppure a bassa criticità ma con potenziale rischio evolutivo, aventi un’elevata probabilità di reversibilità, con necessità di un iter diagnostico e terapeutico non differibile e/o non gestibile in altri contesti assistenziali. Tale modalità, caratterizzata da un’alta intensità assistenziale, per il notevole impegno del personale medico ed infermieristico, comporta l’esecuzione di accertamenti diagnostici, il monitoraggio clinico e la pianificazione di strategie terapeutiche, al fine di individuare il livello di trattamento assistenziale più idoneo. Ciò è esattamente quanto avvenuto nel caso specifico, in tempi del tutto ragionevoli.

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