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Bari - «Noi abbiamo preso il cantiere della Regione Puglia che è su via Gentile…». Il pentito si chiama Matteo Tulimiero, è l'uomo  che svela agli inquirenti come il clan Parisi si sia infiltrato nella gestione dei cantieri edili baresi. Ventiquattro per la precisione,  quattro quelli pubblici, i cantieri nelle mani dell'organizzazione tra il 2010 e il 2015. Estorsioni, sì, ma in forma ben più sofisticata della semplice richiesta della «mazzetta». Un «sistema cantieri», lo chiama il pentito. Savinuccio aveva sottoposto a un controllo capillare, scientifico le imprese edili che operavano nel quartiere, ad esempio attraverso l'assunzione di guardiani. Si può aprire un cantiere senza assumere un guardiano dei Parisi? Chiedono i magistrati a Tulimiero nel corso dei lunghissimi interrogatori. Il collaboratore ride: «E no, non lo apri il cantiere. Hai problemi. Apri il cantiere e ti rubiamo quello, ti facciamo cadere la gru. Fai il danno in maniera tale che la persona si rivolga alla gente del posto, alla gente del quartiere».

Alla fine la giustizia ha presentato il conto. Sedici provvedimenti definitivi di pena, emessi dalla Procura Generale  di Bari, sono stati eseguiti ieri dalla Squadra Mobile. Sedici i membri del clan condannati con sentenza definitiva dalla Corte di Cassazione a pene residue che vanno da 3 mesi a 13 anni di reclusione: questo l’epilogo giudiziario dell’operazione «Do ut Des», l'indagine della polizia che nel marzo 2016 portò all'arresto di 31 persone nell'ambito di un'inchiesta della Direzione Distrettuale Antimafia. I reati contestati a vario titolo: associazione per delinquere di tipo mafioso, concorso esterno in associazione per delinquere di tipo mafioso, estorsione aggravata dal metodo mafioso, detenzione e porto di arma comune da sparo aggravata dal fine di agevolare un’associazione di tipo mafioso, lesioni personali, violazione di domicilio, invasione di terreni ed edifici, furto e furto in abitazione, illecita concorrenza con minaccia e violenza in concorso ed aggravata dal metodo mafioso, favoreggiamento e minaccia.

Ma spieghiamo meglio il «sistema Parisi». Gli stessi imprenditori edili baresi hanno avuto rapporti diretti  con i vertici del clan nell'obiettivo di ottenere commesse, subappalti e occupazione. In quegli anni, annotano gli investigatori, «le regole di mercato e della libera concorrenza sono state alterate in maniera significativa». Le indagini hanno ipotizzato, e la Cassazione ha stabilito, che il sodalizio mafioso si era insinuato nell'attività imprenditoriale edile barese orientandone le scelte,  imponendo ditte di fiducia o addirittura aziende mafiose, così determinando «indirettamente anche i prezzi di forniture e opere, sui quali poi pretendere una percentuale, secondo un preliminare accordo sinallagmatico». Non più, non solo, la richiesta violenta del pizzo, piuttosto una gestione condivisa di appalti, subappalti, forniture, lavori  e commesse. E torniamo al «guardiano». Lo stesso Tulimiero lo è stato, riferendo di aver dialogato direttamente con alcuni notissimi imprenditori edili baresi. Lavorare all'interno del cantiere significa «monitorare gli stati di avanzamento dei lavori e informarne gli appartenenti al gruppo, consentendo di intervenire per imporre agli imprenditori anche le ditte che dovevano fornire i vari materiali (cemento, piastrelle, lavori di intonacatura e pitturazione, porte, finestre)». Savino Parisi «aveva suddiviso il territorio del quartiere Japigia in più aree, assegnandole a vari sottogruppi» e «pur detenuto da tempo a seguito di pregresse condanne, non ha cessato di dirigere dal carcere il sodalizio a lui facente capo, facendo pervenire istruzioni ai sodali per il tramite dei familiari che gli facevano visita».

Il procedimento «Do ut des» ha certificato un'altra fondamentale attività del clan Parisi: la gestione degli alloggi popolari di proprietà pubblica, una delle cifre del potere mafioso, la più eclatante rappresentazione del governo del territorio. «Nessuno poteva occupare abusivamente un alloggio popolare nel quartiere Japigia senza l'avallo del clan». Molti legittimi assegnatari sono stati letteralmente messi fuori dagli uomini di Savinuccio per liberare appartamenti da consegnare a soggetti appartenenti o contigui al clan. Il provvedimento di condanna definitiva è stato notificato a Savino Parisi nel carcere di Terni. Anche la Suprema Corte concorda: è tuttora l'indiscusso capo dell'organizzazione criminale. 

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