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In Puglia e Basilicata

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Fratelli d'Italia con Giorgia Meloni


Forza Italia


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Recovery fund

Fondi Ue e Mezzogiorno, il nodo dei 100 miliardi

Fondi Ue e Mezzogiorno, il nodo dei 100 miliardi

Luci e ombre del piano nazionale da presentare in Europa

11 Dicembre 2020

Leonardo Petrocelli

Sarà che il Genio italico si esalta più nell’improvvisazione creativa che nell’organizzazione metodica, ma dal Piano Vanoni del 1954 fino a quello, recentissimo, di Colao, la verità sembra una sola: pianificare non fa per noi. Ma l’occasione per sconfessare la maledizione potrebbe essere dietro l’angolo.

Il prossimo appuntamento con la storia si chiama Piano nazionale di Ripresa e Resilienza che, detta più banalmente, è il modo in cui il Governo immagina di allocare le risorse del Recovery Fund, incrociandole con quelle degli altri fondi europei e della Manovra 2021. E se la polemica politica è tutta concentrata sulla «piramide organizzativa» che dovrebbe gestire i denari - con il ballo «li nomino o non li nomino» dei sei supermanager che non piacciono ai renziani di Italia viva (ma che Conte sembra intenzionato a confermare) - il capitolo più interessante è e resta quello dei contenuti. Con una domanda su tutte: cosa e quanto ci sarà per il Mezzogiorno? Qui la forbice dei commenti è larghissima. Si passa dal «tradimento» di un Sud cui spetterebbero in realtà pochi spiccioli alle urla di giubilo per la rivoluzione imminente. Nel mezzo, chi - pur senza catastrofismi - diffida della traduzione in pratica degli annunci e delle buone intenzioni e lancia allarmi prudenziali. È il caso del presidente della Svimez, Adriano Giannola, che dalle colonne della Gazzetta avvertiva pochi giorni fa: «Dal Recovery il Sud potrebbe avere meno di quanto spetta al suo territorio, anche da un governo tacciato di essere a trazione meridionale».

Il punto di partenza del ragionamento, in ogni caso, è la bozza presentata dall’esecutivo giallorosso. E, come da tradizione, tutto parte dai soldi. Per volontà del ministro per il Sud Giuseppe Provenzano al Mezzogiorno, come ribadito dal documento, spetterebbe il 34% delle risorse del Recovery e anche qualcosa in più nei settori strategici come le infrastrutture. Un dato non irrilevante e forse figlio di qualche necessaria sgomitata se un’ipotesi precedente indicava 4 punti percentuali in meno. E d’altra parte non c’è da sorprendersi se il solo Veneto ha richiesto per sé il 12% del pacchetto, cioè 25 miliardi, per finanziare 155 progetti. La guerra delle risorse (si riparte dal Sud o dal Nord?) per i «fondi additivi», parola piuttosto oscura, è dunque iniziata con il Governo che però mette insieme più tavoli per comporre il suo finanziamento generale al Mezzogiorno: «Per quanto riguarda le Regioni del Sud - si legge nella bozza - si è utilizzata l’ipotesi che ad esse sia destinato il 34% dei fondi additivi. I Fondi Fsc dovrebbero invece ammontare a circa 23,2 miliardi nel periodo 2021-2026, a cui si sommerebbero altri 9 miliardi di perequazione infrastrutturale e recupero spesa ordinaria (clausola 34%)». A tutto questo, poi, andrebbe aggiunta la fiscalità di vantaggio «recentemente introdotta e che si intende finanziare con i fondi del ReactEU». Da cui, prosegue il documento, «inedito ammontare di risorse dedicate alla riduzione dei divari territoriali che cambierebbe la dinamica di crescita del Mezzogiorno riportandolo verso la media nazionale». I 100 miliardi in tre anni, insomma, di cui tanto si parla, vengono da qui.
Come ha sottolineato il ministro Provenzano più che una questione di «quantità» è però una questione di «qualità». Tradotto: tanti soldi per fare cosa? Qui serve operare un distinguo. Nelle sei macro-aree che attraversano il Piano (digitalizzazione, rivoluzione verde, infrastrutture, istruzione, parità di genere e sanità) del Sud apparentemente non c’è traccia.

A scavar bene, però, si scopre che il Mezzogiorno è destinatario «privilegiato» di una fetta di risorse inscritte nella voce «parità di genere» premiata con oltre 17 miliardi. Una dicitura plurale e infelicissima che (per un omaggio al politicamente corretto?) ha fatto gridare allo scandalo soprattutto se paragonata alle risorse a una cifra (9 miliardi) destinate alla sanità. Ma è uno di quei casi in cui il titolo è peggio dell’articolo: quella voce, infatti, raccoglie più temi di interesse tra cui appunto gli interventi speciali per la coesione territoriale (3,8 miliardi). Nello specifico si tratta di quattro punti: recupero dei borghi spopolati, interventi per le aree terremotate, sviluppo di ecosistemi dell’innovazione e il piano energetico per la Sardegna e le piccole isole.

Un po’ poco se fosse tutto qui. In realtà il Sud è «diluito» in tutte le grandi famiglie di intervento generale dalla modernizzazione della agricoltura e degli altri settori produttivi alle energie rinnovabili passando per la decarbonizzazione, le infrastrutture (è citata la Napoli-Bari), il recupero delle periferie, gli attrattori culturali (esplicito riferimento al parco costiero pugliese della cultura) fino alle Zone economiche speciali (Zes) sui cui si insiste con particolare riferimento alla semplificazione: lo Sportello unico amministrativo - che pure non è l’agognata «autorizzazione unica» - dovrebbe accelerare «l’insediamento delle aree consentendo così ai territori di incrementare la propria attività nei confronti delle imprese». Il dispiegamento della potenza di fuoco, secondo il governo, porterà a un balzo significativo del Pil con una crescita in tre anni di ben 5 punti per il Sud a fronte dell’1,10 nazionale con la Puglia e la Basilicata primate rispettivamente da un +5,23 e un +4. Stesso discorso per l’occupazione destinata a crescere nel Paese dello 0,89% ma nel Mezzogiorno di quasi quattro punti (3,91). Qui la Puglia sale al 4,1 come la Campania mentre la Basilicata arriverebbe, sempre nel 2023, al 2,95.

Tirando le somme, il Piano - secondo i desiderata giallorossi - farebbe registrare una crescita meridiana quadruplicata rispetto alla media nazionale riducendo così il gap territoriale. Tutto facile? Non proprio. Al netto della necessità di spendere ciò che si stanza, le macro-aree riportano orientamenti generali e dunque ci sarà da combattere per evitare che la maggior parte di esse finisca poi altrove e tutto si riduca, all’atto pratico, nel ricalcare al Sud progetti già esistenti senza, peraltro, velocizzarli sensibilmente. L’esiguo numero di «nomi e cognomi», cioè la scarsità di interventi geograficamente blindati e perimetrati, come osservato da molti analisti, non induce all’ottimismo. Molto dipenderà dalla guida, politica ma anche tecnica, che governerà la spesa. Al momento non è dato sapere se Conte confermerà i sei supermanager cui affidare il primo livello sotto la cabina di regia istituzionale: i nomi, le sensibilità e l’estrazione territoriale dei prescelti di certo avranno un peso. Così come lo avranno la tenuta dell’esecutivo e la visione di lungo periodo. Non siamo campioni nel pianificare ma c’è un’altra occasione per smentire l’assioma. Staremo a vedere.

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