Mercoledì 30 Settembre 2020 | 05:16

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«Il taglio dei parlamentari non regge senza le riforme»: la parola a Luciano Violante

«Serve cambiare legge elettorale e rivedere il bicameralismo. Il Csm? Il progetto di Bonafede non stronca del tutto il correntismo»

«Il taglio dei parlamentari  non regge senza le riforme»

Cosa attende il Paese dopo l’estate della ripartenza? Continua il nostro ciclo di interviste a economisti, giuristi e politologi per analizzare il futuro prossimo di un’Italia ferita da pandemia e recessione. Dopo l’economista Nicola Rossi e il presidente della Svimez, Adriano Giannola, ecco Luciano Violante, ex magistrato, già presidente della Camera dei Deputati (1996-2001) e della Commissione Parlamentare Antimafia (1992-1994).

Presidente Violante, che tipo di estate stiamo attraversando? È davvero una sorta di limbo prima che i nodi vengano pesantemente al pettine?
«È un’estate di attesa, da ogni punto di vista: lavoro, stabilità del governo, scuola, stili di vita che dovremo condurre nei prossimi mesi».

Per qualcuno è anche l’occasione giusta per fare le sospirate riforme. Concorda?
«Concordo. C’è una regola tutta italiana: siamo deficitari nell’ordinario, ma efficaci nell’emergenza. È il momento giusto per le riforme, soprattutto quelle necessarie per acquisire i fondi europei. ».

Ma se guardiamo all’economia, come si può conciliare lo statalismo dei 5 Stelle con l’europeismo del Pd?
«L’investimento di una massa così elevata di risorse europee necessita di un potere pubblico nazionale autorevole. Non c’è contraddizione: sta accadendo anche in Francia e Germania».

Se è vero che il Paese da il meglio nell’emergenza, questo «meglio» da quali snodi dovrebbe passare? Lei ha promosso un «Manifesto per la fiducia».
«Abbiamo attraversato una fase troppo lunga all’insegna del sospetto, della sfiducia e del controllo verso i pubblici dipendenti, verso le imprese e verso i cittadini. La pubblica amministrazione anziché sfornare opere ha sfornato procedure. Ma di opere si vive, di procedure si muore. Aggiungo che i cittadini hanno ripagato con egual moneta animando sfiducia nei confronti della politica e delle istituzioni. Questa fase va chiusa. Occorre aprire la stagione della fiducia reciproca tra cittadini, politica e istituzioni».

Si parla tanto di semplificazione. Il Governo si sta muovendo nella giusta direzione?
«Mi sembra che, finora, l’esecutivo si sia concentrato sul tamponare le situazioni più drammatiche. Ma è arrivato il tempo della strategia. Serve varare una fase orientata alla fiducia come propone il Manifesto che il presidente Conte ha accolto con un intervento molto ricco. In tanti lo stanno firmando e sottoscrivendo. Se la fiducia diventa un mood generale, il Paese non potrà che guadagnarci».

Scendiamo nel merito delle riforme. Cosa ne pensa di quella del Csm approvata in Consiglio dei ministri?
«Ci sono passaggi positivi, come l’apertura integrale dei consigli giudiziari agli avvocati. Altri che mi convincono meno. Lo sforzo di ridurre la discrezionalità del Csm nel conferimento degli incarichi ha prodotto un complesso di criteri difficilmente gestibili. Ciascuna nomina potrebbe aprirsi a ricorsi di ogni genere. La mia idea, che naturalmente può essere sbagliata, è: meno vincoli, pochi criteri chiari e più responsabilità».

È vero che la riforma «stronca» le correnti come sostiene il ministro Bonafede?
«Per qualche aspetto è vero, per altri no. Ad esempio far tornare le Procure ai vincoli delle tabelle interne dalle quali erano state svincolate, che consentirà a ogni sostituto di invocare tutele correntizie per ogni aspetto anche minuto dell’attività dell’ufficio, ingigantendo i rischi di burocratizzazione. Le Procure non servono ai magistrati che ne fanno parte; servono ai cittadini e devono essere organizzate in vista dei diritti dei cittadini».

Altro capitolo è quello delle «porte girevoli»: chi si toglie la toga per entrare in politica non potrà tornare indietro. Disposizione necessaria?
«Guardi, ritengo sia un po’ esagerata. Una separazione va fatta. Io stesso mi sono dimesso dopo essere entrato in politica, ma ci sono colleghi che sono stati ottimi politici e poi ancora ottimi magistrati. Qualcun altro è stato pessimo anche senza mettere piede in Parlamento».

E quindi?
«Quindi il meccanismo che ricolloca negli uffici dei ministeri l’ex magistrato dopo l’esperienza politica potrebbe essere reso temporaneo e non definitivo».

Cambiamo riforma: il referendum sul taglio dei parlamentari. La convince?
«Nelle proposte precedenti la riforma era accompagnata dal superamento del bicameralismo ripetitivo. Quella attuale era accompagnata dal referendum propositivo che contrapponeva popolo a Parlamento e vincolo di mandato che consegnava nelle mani dei capi partito la libertà dei parlamentari. Una prospettiva che non mi trova d’accordo perché uccide la democrazia rappresentativa. Referendum propositivo e vincolo di mandato sono stati, per fortuna, accantonati».

E ora cosa servirebbe?
«Almeno due riforme di sostegno: la legge elettorale e la riforma del bicameralismo paritario. Il Senato di 200 senatori non riuscirà a fare quello che fa la Camera con 400 deputati. L’odierna proposta, senza una riforma costituzionale ed elettorale, è dannosa. Abbiamo tutto il tempo ma le parti si devono impegnare sulle riforme necessarie».

Pubblica amministrazione, giustizia, riassetto delle istituzioni. Il governo è abbastanza stabile per affrontare queste sfide?
«Posso cavarmela con una battuta? I governi troppo deboli non cadono»

Infine, presidente, che idea si è fatto della campagna elettorale pugliese?
«La Puglia è una regione attiva con una agricoltura fiorente e molte eccellenze, dalle università al complesso dell’aerospazio. Ci sono forze ed energie che devono essere messe insieme. Ecco, mi sembra che nessuno si stia concentrando su questo. Eppure le cose ci sono, non bisogna inventarsele. Più che di alchimie politiche sarebbe necessario iniziare a discutere della Puglia di domani».

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