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BARI - L’accusa nei confronti di Francesco Bellomo non potrà più contare sul contenuto dei messagi e delle mail contenute nei telefoni e nei computer dell’ex giudice amministrativo barese, 46 anni. Lo ha stabilito il Tribunale del Riesame, che ha annullato il decreto di sequestro eseguito nei suoi confronti a inizio luglio, quando l’ex magistrato era finito ai domiciliari su ordine della Procura di Bari con l’accusa (poi riqualificata) di maltrattamenti nei confronti di quattro corsiste della scuola di formazione Diritto e Scienza.

Il Tribunale della Liberta (presidente Giulia Romanazzi) ha accolto il ricorso dei difensori di Bellomo, Gianluca D’Oria e Beniamino Migliucci, restituendo all’ex giudice ciò che gli era stato sequestrato (oltre a pc e telefono, anche alcune chiavette usb e alcuni documenti). Una parte di questo materiale era stato già dissequestrato dalla Procura il giorno prima dell’udienza di Riesame sull’arresto che aveva rimesso in libertà Bellomo dopo 20 giorni, sostituendo i domiciliari con il divieto di esercitare per un anno l’attività di docente nei corsi di preparazione al concorso in magistratura e soprattutto rivedendo le accuse: i maltrattamenti sono stati riqualificati in stalking e violenza privata, un altro episodio in cui veniva contestata l’estorsione ai danni di una corsista, risalente al 2011, è stato nei fatti considerato prescritto.

Il Riesame ha ora 30 giorni di tempo per le motivazioni della decisione sui sequestri, che la Procura (l’aggiunto Roberto Rossi con il pm Daniela Chimienti) potrà eventualmente decidere di impugnare per cassazione. I difensori dell’ex magistrato hanno contestato l’assenza di esigenze probatorie e di ragioni di urgenza, visto che i sequestri sono stati disposti dopo circa un anno e mezzo dall’ultimo atto di indagine.

L’inchiesta barese non è, comunque, ancora conclusa. Stando alle indagini dei Carabinieri, Bellomo avrebbe vessato alcune corsiste della sua scuola, con le quali aveva anche relazioni intime, arrivando a imporre anche un «dress code» e pretendendo di controllarne i profili social. Per la difesa si tratterebbe però di relazioni tra persone adulte, assolutamente consenzienti, e senza alcuna costrizione: le corsiste - alcune delle quali nel frattempo sono diventate magistrati - secondo gli avvocati di Bellomo sapevano perfettamente ciò che stavano facendo. Bellomo le ha anche definite «bugiarde».

L’acquisizione di pc e telefonino era stata disposta proprio per acquisirne i contenuti, così da rinforzare il quadro probatorio. Il Riesame, discutendo delle misure cautelari personali, aveva già dichiarato inutilizzabili alcune mail intercorse tra Bellomo e una delle persone offese. Ora anche gli altri dati estratti dai dispositivi informatici non potranno più entrare a far parte delle contestazionidi accusa che si basano anche sulle denunce e sui racconti delle interessate. «L’istituzione del servizio di borse di studio» da parte della scuola diretta da Bellomo, aveva scritto il gip Antonella Cafagna motivando l’arresto, era «un espediente per realizzare un vero e proprio adescamento delle ragazze da rendere vittime del proprio peculiare sistema di sopraffazione». Per fatti simili Bellomo era finito sotto inchiesta anche a Milano, dove la Procura ha però chiesto l’archiviazione: la decisione è al vaglio del gip Guido Salvini. [m.s.]

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