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BARI - «In quell’inferno c’ero anche io». Lo urla più volte al telefono Francesco Di Miccolis quando verso le 11 di ieri mattina proviamo a contattarlo telefonicamente. Lo urla quasi a squarciagola per ribadire un qualcosa a cui lui stesso stenta ancora a crederci. Francesco da oltre quindici anni è parigino a tutti gli effetti, ma il suo legame con la Puglia, Molfetta e le tradizioni è ancora molto vivo. Classe 1978 , ha madre molfettese e padre (deceduto soltanto qualche anno fa) di Barletta. Il suo sangue è “biancorosso” a tutti gli effetti, ma da oltre quindici anni Parigi e la Francia sono entrati prepotentemente nella sua vita. La sua è una storia molto simile a quella di mille altre, sebbene da lunedì sera ha qualcosa che lo differenzia. Dopo la laurea in ingegneria conseguita a Bari ha lavorato per due anni ad Ivrea, prima di trovare l’amore. «Non è stato un colpo di fulmine, ma un amore vissuto e costruito mattone dopo mattone». E’ così che Francesco inizia il suo racconto dai tratti romantici, ma dai successivi risvolti tragici. Lo fa parlando di Marine, la donna che poi è diventata sua moglie e le ha regalato due magnifici figli.

E’ lei l’ “artefice” di una vita a Parigi che ormai dura da quindici anni ed è sempre lei che lo ha spinto a sfruttare un insolito titolo conseguito in Italia per “arruolarsi” nel corpo dei Vigli del Fuoco di Parigi. «E’ da ormai 10 anni che faccio questo lavoro – prosegue nel suo racconto – che ho preso a cuore dal primo momento. In Italia ci definite angeli, succede anche qui in Francia, ma non mi sono mai sentito un angelo e nemmeno un eroe. La vita degli altri è la cosa a cui teniamo di più, ma ho cercato di operare sempre con concretezza, senza esagerare, perché a casa ogni sera voglio tornarci, per mia moglie e per i miei figli». Grazie al cielo è successo anche ieri notte dopo la tragedia che ha sconvolto la Francia e il mondo intero forse ancor di più degli ormai noti attacchi terroristici a cui Parigi e la stessa Francia non sono nuovi.

«Sono sempre stato scettico, alle fatalità credo poco – ci racconta il vigile del fuoco di Parigi – ma se quanto successo a me non è fatalità, poco ci manca. Ho lavorato sino a domenica sera e lunedì ero già in ferie o quasi. Ero passato in ufficio a completare e sottoscrivere il rapporto di un intervento che mi aveva visto impegnato la sera precedente. Questa pomeriggio (ndr ieri) con la mia famiglia dovevamo prendere un volo, diretto a Bari, per trascorrere le festività pasquali e far ammirare ai miei figli quelle favolose processioni che rendono Molfetta unica in questi giorni. Non sarà così o almeno non nell’immediato. Giunge una chiamata in ufficio, capisco subito che qualcosa di molto grave è in atto. A fuoco Notre Dame, servono uomini, tanto uomini, i più esperti. Questa è stata la comunicazione, diretta, abbastanza precisa. Non ero in servizio, ma è come se lo fossi. Ignorare l’accaduto era quasi impossibile soprattutto quando ogni giorno ti scontri con uno spirito di nazionalità che i francesi con orgoglio rivendicano in ogni momento. Arrivo sul posto con la mia squadra in 15 minuti, quasi un’eternità. Erano le 19.35. Almeno altre tre squadre di miei colleghi erano già a lavoro tra il caos generale e urla strazianti provenienti da ogni dove». Il racconto di Francesco è lucido, nonostante una notte insonne, ma spesso si interrompe per delle domande che lui stesso si pone. Come si è potuto verificare un disastro di simili proporzioni? «Qualcuno ha iniziato a parlare di disastro colposo – ha riferito il 41 enne di origini molfettesi – sebbene non ci sono riscontri al momento. Il cantiere aperto, ci riferivano, stava per essere chiuso o quantomeno sospeso in vista della festività pasquali e soprattutto per accogliere al meglio i numerosi turisti già in città da giorni. Sul caso sta lavorando una commissione d’inchiesta ed è per questo che ogni ipotesi è azzardata in questo momento». Diversi i focolai accesi già all’arrivo delle prime squadre dei vigili del fuoco. «Tra i problemi con i quali ci siamo scontrati – racconta Francesco Di Miccolis – è stato proprio quello di individuare dove e quanti fossero i focolai presenti. Un’ora abbondante l’abbiamo spesa proprio nell’ispezionare lo stabile nella sua interezza prima di coordinarci. Il mio è stato un lavoro di raccordo tra quanto accadeva in prima linea e quello che si stava verificando ai piedi della Cattedrale dove la situazione rischiava di degenerare. Il lavoro di messa in sicurezza di quel luogo è durato almeno tre ore e ha consentito il lavoro di centinaia di miei colleghi che dalle ore 19 si sono alternati». La guglia di Notre Dame che veniva giù paragonata alle Twin Towers di New York? «E’ un raffronto che è stato fatto anche dai media francesi – ha risposto – ma in realtà ha rappresentato il momento più drammatico della nostra attività a Notre Dame, in quanto sebbene erano giunte delle rassicurazioni sull’assenza o quasi di persone in quel luogo, la vera certezza è giunta soltanto a notte inoltrata. Parlare di tragedia in termini di simboli storici o di patrimonio artistico ci sta, ci mancherebbe, ma le vita umane vengono prima di tutto . E questo è un mezzo miracolo». A Parigi si parlava già di ricostruzione mentre le fiamme continuavano ad avvolgere uno dei simboli dell’Europa. «E’ nell’indole de francesi stessi – ha concluso il pompiere pugliese in servizio a Parigi – quello di essere concreti, senza quella burocrazie che regna sovrana in Italia. Quello che è chiaro a tutti è che nulla sarà mai più come prima. La situazione all’interno è critica, seppure non totalmente compromessa, ma a destare preoccupazioni potrebbero essere le strutture portanti». Legato da un certo segreto professionale, Francesco non si lascia sfuggire più nulla e ci congeda con un "a risentirci" mentre l'altro telefono, quello di servizio, riprende a squillare.

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