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BARI - Malgrado l’Italia sia costellata di impianti e depositi nucleari pericolosissimi – da molti lustri, ma tutti ufficialmente “temporanei” – come a Statte (in provincia di Taranto) e a Trisaia di Rotondella (in Basilicata), e malgrado ci siano numerose attività industriali, estrattive e medicali che coinvolgono fonti radioattive, da sei anni il nostro Paese “dimentica” sistematicamente di adeguarsi agli standard di sicurezza basilari a tutela della popolazione. Infatti è del 5 dicembre 2013, la direttiva Euratom numero 59 che stabilisce «norme fondamentali di sicurezza relative alla protezione contro i pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni». Ai governi europei furono dati ben cinque anni di tempo per adeguarsi. E il tempo è scaduto il 6 febbraio del 2018. Così, dopo essere stato deferito alla Corte di giustizia europea per carenze nella gestione sicura delle sostanze nucleari, ora il nostro Paese rischia un secondo «processo» giacché la Commissione europea ha inviato all’Italia un parere motivato - il secondo stadio della procedura di infrazione - per chiedere di trasporre nel proprio ordinamento le nuove norme.

La direttiva di cui parliamo è importante perché fissa regole a tutela della popolazione ma anche di lavoratori e pazienti, dai pericoli derivanti dall’esposizione alle radiazioni ionizzanti, usate a scopi medici, ma anche industriali.
Chiariamo che le radiazioni ionizzanti possono causare gravissime conseguenze agli esseri umani. I danni sono noti e dipendono dal tipo di radiazioni, dalla dose, dall’esposizione, dall’organo che viene colpito. Per semplicità: si va dalla morte all’infertilità, dalla cataratta ai tumori, dalle leucemie alle mutazioni genetiche.
Oggi in Italia in fatto di esposizione alle radiazioni valgono i limiti previsti da una legge di ventiquattro anni fa (il D. Lgs. 230 del 1995). Quindi sono considerati «legali» alcuni limiti banditi da Euratom. Per esempio, nel caso del cristallino dell’occhio, per i lavoratori il limite vigente è di 150 milliSievert (il Sievert è l’unità di misura della «dose equivalente», la grandezza che misura i danni causati dalle radiazioni che assorbiamo; ndr). Il limite imposto dalla direttiva Euratom è di soli 20 milliSievert, cioè 7,5 volte di meno.

La direttiva regolamenta in modo serio le attività che coinvolgono materiali con presenza di radioisotopi naturali, sottraendo la materia alle decisioni arbitrarie del singolo Stato. Entra nel merito del Radon (l’assassino silenzioso). Definisce bene materiali, tecniche e autorizzazioni. Prevede preparativi di emergenza, rafforzati dopo l’incidente alla centrale nucleare di Fukushima, in Giappone. Si pretende trasparenza e che ogni Paese crei centri di responsabilità inequivocabili e indipendenti. In definitiva, sopra ogni cosa, questa Direttiva (in realtà una sorta di Testo unico) fa ordine. E in una materia tanto seria sarebbe ora che l’Italia facesse proprio questo.
Il nostro Paese ha ora 2 mesi per rispondere alla Commissione Ue. In caso contrario, potrebbe essere deferita alla Corte di Giustizia.

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