Musica

Sanremo 2026, dieci cose che non dimenticheremo: Pausini promossa a pieni voti, Carlo Conti esce dalla porta di servizio

Bianca Chiriatti

Il trionfo di Sal Da Vinci, i festini bilaterali di Elettra Lamborghini, le mamme di Sayf e Samurai Jay, ma anche quella di Serena Brancale: dieci cose che rimarranno di questo Festival

Dieci cose che non dimenticheremo di Sanremo 2026.
Uno, Carlo Conti. Chiude il suo ultimo Festival uscendo dalla porta di servizio, con la fretta di consegnare il testimone a Stefano De Martino direttamente sul palco (una scelta dello stesso Conti, unicum nella storia della kermesse), e trasformando la conferenza stampa finale in una breve comparsata prima di tornare a Firenze, «Devo accompagnare mio figlio a scuola». Lo stile asciutto che rincorre la scaletta era noto, la firma «stantia» ma sempre professionale, serena, in fuga da polemiche di qualsiasi tipo. Un Festival «di passaggio», ma forse per il prossimo anno una riflessione sulla separazione dei due ruoli, conduzione e direzione artistica, era doverosa.
Due, Sal Da Vinci. Agli ascolti di gennaio lo avevamo scritto: «Andrà sul podio». Si è preso il gradino più alto, insieme all'affetto del pubblico - sui social e nella Città dei Fiori, stracolma di fan partenopei - i numeri sulle piattaforme e l'impatto di una storia che viene dal basso. Andrà a rappresentare l'Italia all'Eurovision di Vienna con una canzone perfetta per quel palco. Aspettiamo solo le performance in tutte le lingue su TikTok. Accussì.
Tre, Laura Pausini. Quando è stato fatto il suo nome alla vigilia i social avevano storto il naso. Lei ha risposto con i fatti, rivelandosi una delle mosse più riuscite di tutto il Festival. Promossa nella conduzione, professionale e simpatica senza strafare (anzi le gaffe erano piacevoli intermezzi in una kermesse diffusamente soporifera), nei pochi e giusti momenti in cui ha cantato ha regalato puro show, quello che sa fare meglio e che l'ha resa tra le italiane più famose nel mondo, che piaccia o no. Chapeau.
Quattro, la storia di Paolo, e il messaggio contro il bullismo. Usare un palco come quello per «sbattere in faccia» al pubblico le conseguenze di un'azione violenta senza motivo è stata una scelta impattante, forte, perfetta. Applausi agli autori, e a Paolo. Non si molla un c…!
Cinque, i festini bilaterali. Elettra Lamborghini è diventata leggenda. Fin dal primo giorno ha capito di avere una canzone debole, allora ha puntato tutto sulla narrazione parallela da sciura attempata, che si lamenta con i ragazzini che schiamazzano a notte fonda quando fino all’altro ieri era lei la regina dei party. Sindaco Leccese, dice che abbiamo trovato una soluzione alla «malamovida» del Murattiano?
Sei, il Fantasanremo. La «gara bilaterale», come sopra. Abbiamo trovato un bilanciamento, forse. Senza troppe invasioni di palco o esagerazioni come negli anni di «papalina», ma dando la possibilità anche a chi partecipa non con troppe chance di gara di farsi riconoscere. Giusto così.
Sette, le mamme. Sayf se l’è portata in giro per tutta Sanremo, Samurai Jay passa da Belen alla sua per farsi accompagnare a ballare sul palco. Mamme che fanno da garanti, che alla fine questi giovani dalle facce buone e milioni di streaming sono ragazzi come tanti. E un ricordo alla mamma della nostra Serena Brancale. Da Lassù avrà sorriso.
Otto, il bacio saffico e la censura. Che non c’è stata. Levante ha ribadito che lo stacco di telecamera era automatizzato, quindi involontario. Allo stesso tempo la Rai ha ribadito che pubblicare le immagini in primo piano sui social è stata una conseguenza dopo le polemiche sulle piattaforme. Polemiche da cui neanche il Sanremo di Conti poteva essere esentato. Ah, le dietrologie!
Nove, i «figli d’arte». Parliamo solo di uno, TrediciPietro. Carino il momento con papà Gianni Morandi, ma se passi una vita a volerti staccare da quel nome e poi te lo porti sul palco più osservato d’Italia, due domande ce le facciamo.
Dieci, TonyPitony. L’avete capita la storia del frutto? Qualche tempo prima aveva dichiarato: «Se vado a Sanremo, caco sul palco». E il caco, il frutto, ce l’ha messo davvero. Genio o follia, o forse è solo la sintesi perfetta di questa edizione.
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