gli episodi

Criminalità foggiana, dall’omicidio della tabaccaia alle estorsioni al Poseidon: con le telecamere scoperti killer e bombaroli

E come Pollicino seguiva le briciole, così sembrano legate in questa fase alle telecamere le speranze di dare un volto all’assassino in bicicletta di Dino Carta...

Chi l’ha visto? O magari, chi l’ha vista? Come Pollicino seguiva le briciole, così sembrano legate in questa fase alle telecamere le speranze di dare un volto all’assassino in bicicletta di Dino Carta, il personal trainer ucciso sotto casa con 4 colpi di pistola la sera del 13 aprile. Una o più di una ha catturato l’immagine di una sagoma forse incappucciata allontanarsi in bicicletta. In una città con centinaia di telecamere - in attesa delle 513 per lo più ad alta definizione del nuovo sistema di videosorveglianza comunale già finanziato con oltre un milione - gli investigatori visionano decine di filmati per ricostruire il tragitto percorso dall’omicida per arrivare in via Caracciolo e quello di fuga in direzione di via Mazzini, contando e sperando che nel sia stato inquadrato in volto. Del resto proprio la traccia-video si è rivelata decisiva nel recente passato in tre indagini per individuare un killer della “Società”, un rapinatore-omicida, 3 bombaroli.

Visionarono oltre 40 filmati i poliziotti per arrivare il 15 aprile 2020 al fermo disposto dalla Dda di Erjjon Rameta, albanese residente in città, contiguo alla “Società”, accusato e condannato a 6 anni quale autore materiale di 2 attentati dinamitardi del 12 novembre 2019 al pub Poseidon nel centro storico; e del 16 gennaio successivo al centro per anziani “Il sorriso di Stefano” di via Vincenzo Acquaviva. Seguendo la via di fuga sino a viale Michalengelo, i poliziotti trovarono la telecamera che inquadrò Rameta a volto scoperto e ne immortalò anche un tatuaggio sul polso: immagini decisive per arresto e condanna. Scontata la pena, Rameta tornò libero per essere riarrestato il 15 luglio 2025 in flagranza per possesso di pistola insieme a Leonardo Russo, 20 anni, che il 17 febbraio 2022 quand’era ancora minorenne fu fermato insieme al padre Federico perché ritenuti gli autori di un nuovo attentato al pub Poseidon avvenuto un mese prima. Al fermo di padre e figlio la Mobile arrivò ancora grazie alle telecamere che inquadrarono i due sospettati uscire e rientrare a casa con indumenti simili a quelli dei bombaroli ripresi al momento di piazzare l’ordigno.

Decisivo per giungere ad arresto e condanna (non definitiva) fu anche il filmato dei 2 killer di mafia in fuga dopo aver ucciso il 23 gennaio 2016 Rocco Dedda nell’ambito di una guerra tra clan. Sette mesi dopo, l’8 luglio, Dda e squadra mobile diffusero le immagini dei sicari ripresi a volto scoperto mentre scappavano, chiedendo ai cittadini di chiamare anche in forma anonima chi li riconoscesse. Si fecero avanti 3 pentiti. Prima il foggiano Raffaele Bruno sostenendo d’aver riconosciuto dalla camminata uno dei due sicari in Giuseppe Albanese. Quindi l’ex boss di Altamura Pietro Antonio Nuzzi, riferendo d’aver visto il video al tg mentre era in carcere a Foggia con Alessandro Moretti (alias “Sassolino” nipote del boss Rocco Moretti, ucciso lo scorso gennaio in un agguato ancora impunito) che avrebbe commentato così: “ma quello è Albanese, come mai non l’arrestano?”. Infine in tempi più recenti l’altro foggiano Pino Francavilla che pure sostiene d’aver riconosciuto Albanese nel filmato. L’imputato condannato all’ergastolo in primo grado, nega e spera nell’appello in corso a Bari.

Ed è rischio ergastolo (questa la pena invocata dal pm nel processo in corso in corte d’assise) anche Redouane Moslli, 46 anni, bracciante marocchino reo confesso dell’omicidio di Franca Marasco, la tabaccaia di 72 anni uccisa con 4 coltellate la mattina del 28 agosto 2023 nella propria rivendita di via Marchese De Rosa, durante una rapina che fruttò 72 euro. Le telecamere seguirono la fuga dell’assassino dal momento in cui uscì dalla tabaccheria a quando si cambiò d’abiti nell’abitazione di un presunto complice, sino a proseguire su viale XXIV Maggio. I video furono mostrati ad alcuni commercianti che riconobbero l’attuale imputato, fermato 6 giorni dopo il delitto a Napoli dov’era fuggito.

Non solo filmati… a carico degli accusati, ma talvolta anche fondamentali per scagionarli. Il 5 maggio 2007 il boss Enzino Pellegrino alias “Capantica” sfuggì alla morte in via San Severo perché la pistola del killer s’inceppò. La squadra mobile visionò il video e individuò in Pellegrino la vittima mancata. Senza quel filmato si sarebbe trattato di uno dei tanti agguati fantasma nel mondo della Società mai denunciati alle forze dell’ordine. Due anni dopo il tentato omicidio che scatenò una guerra tra il clan Moretti/Pellegrino e i Sinesi/Francavilla, il 15 gennaio 2009 scattò l’operazione Big bang con l’arresto di 3 mafiosi per il ferimento Pellegrino. Finì in cella Alessandro Aprile (attualmente detenuto per scontare varie condanne per rapina, mafia e droga) ritenuto l’esecutore materiale. Lo “salvò” e scagionò proprio il video. Una perizia antropometrica accertò infatti che il killer incappucciato con la pistola inceppata era più magro e soprattutto più alto di Aprile.

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