La storia
Ecco Pietro La Torre, il re del «catering» partito da Manfredonia
A cinque anni la famiglia si trasferisce in Germania. A 18 anni arriva in Sicilia. Da un piccolo locale da 30 posti si passa ai banchetti nelle case dei rotariani. Poi il catering che diventerà un marchio riconosciuto. Oggi firma 600 eventi l’anno
La storia di Pietro La Torre comincia a Manfredonia, in una casa dove la cucina era un rito collettivo. «Eravamo nove figli, la domenica ognuno aveva un compito. A me davano un po’ di pasta per giocare», ricorda. Tra i troccoli di sua madre e i conigli ripieni preparati dal padre nasce la sua idea di cucina come spazio di serenità. «Il contesto è famiglia. Mio padre voleva che quel giorno fosse una festa, una brigata che parlava e cucinava insieme».
A cinque anni la famiglia si trasferisce in Germania. È lì che Pietro scopre la cucina professionale: a quattordici anni entra in una pizzeria e impara osservando. La scuola alberghiera tedesca, fatta di studio e pratica, gli dà disciplina. «Mio padre mi aveva insegnato il rispetto e l’educazione maniacale. In cucina porto ancora oggi quei valori».
Il destino cambia direzione con un viaggio a Canicattì per il matrimonio della sorella. Pietro ha 16 anni e della Sicilia ha un’immagine distorta, ma basta un caffè offerto da uno sconosciuto per ribaltare tutto. «In sedici anni non avevo mai visto una tale ospitalità». E poi c’è Milena, la ragazza che diventerà sua moglie. «È la mia colonna portante. Se lei mi dice che un progetto si può fare, io parto. Altrimenti sto fermo».
A diciotto anni si trasferisce definitivamente in Sicilia. Lavora ovunque, fino a diventare chef in una sala ricevimenti. Da lì nasce tutto: un piccolo locale da 30 posti, i banchetti nelle case dei rotariani, poi il catering che diventerà un marchio riconosciuto. Oggi La Torre firma 600 eventi l’anno.
In quegli anni arriva anche la folgorazione: la nouvelle cuisine di Gualtiero Marchesi. «Mi ero innamorato di questo signore. Ho iniziato a studiarlo, a comprare i suoi libri, a capire la sua filosofia». Prova a portare quella visione in Sicilia negli anni ‘90, con menu degustazione e piatti puliti, essenziali, troppo avanti per il pubblico dell’epoca. Ma quell’impronta resta, e ancora oggi guida la sua idea di cucina contemporanea.
Accanto a lui cresce una squadra che considera famiglia. «La mia prima brigata è quella di casa, la seconda sono i miei collaboratori». In alta stagione arrivano a 250, molti dei quali sono cresciuti con lui fino alla pensione. «Ognuno di loro per me è un La Torre. È grazie a loro se siamo arrivati fin qui».
E poi Aquanova, il ristorante-laboratorio che porta a Canicattì visitatori da tutto il mondo e che nel 2025 ha ricevuto la menzione nella Guida Michelin. «Aquanova è la ciliegina sulla torta. È quel pezzo di zucchero che addolcisce le persone aspre». Qui Pietro porta avanti la sua filosofia: tradizione e innovazione, memoria e tecnica. «Per me la cucina è un pezzo di storia che si tramanda. Ho preso i piatti di mio padre e gli ho dato una nuova identità».
Ed è qui che il legame con la Puglia diventa fondamentale. «Le mie radici non le ho mai lasciate: la pasta e patate, il polpo al sugo, la pasta al pomodoro… sono la mia memoria». In Sicilia quelle ricette si trasformano, dialogano con il territorio, diventano altro senza perdere l’anima: il ragù di polpo cotto a vapore e trasformato in essenza, la pasta e patate con brodo di cozze e calamari alla barbabietola. «La tradizione è il punto di partenza. L’innovazione è rispetto, amore per la materia prima, ricerca continua».
E mentre i figli Vincenzo, Chiara e Sabrina prendono in mano l’azienda, lui continua a studiare, sperimentare, progettare. «La passione non si ferma mai». È la stessa scintilla che, da bambino, lo portava a impastare un pezzo di pasta nella cucina di casa. Una tradizione che oggi è diventata futuro.