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Foggia, quarant'anni di guerra di mafia nella storia della «Società»

Foggia, quarant'anni di guerra di mafia nella storia della «Società»

 
redazione Foggia

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Foggia,  quarant'anni di guerra di mafia nella storia della «Società»

Il futuro prossimo dirà se l’omicidio di Alessandro Moretti, il nipote del boss Rocco Moretti assassinato la sera del 15 gennaio, è stato l’inizio della ottava guerra tra clan della storia della «Società foggiana»

Mercoledì 04 Febbraio 2026, 13:26

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Il futuro prossimo dirà se l’omicidio di Alessandro Moretti, il nipote del boss Rocco Moretti assassinato la sera del 15 gennaio, è stato l’inizio della ottava guerra tra clan della quarantennale storia della “Società foggiana”, la quarta mafia d’Italia. Il passato è scritto dalle 7 guerre combattute dall’86 al 2016 con 42 morti ammazzati, 2 lupare bianche, 23 agguati falliti, 30 condanne per omicidio compresi 6 ergastoli.

La prima guerra – Più che una guerra, fu lo sterminio del gruppo Laviano da parte del clan Rizzi-Moretti. Tra gennaio ’86 e gennaio ’89 8 morti, 1 lupara bianca, 3 agguati falliti, 1 sequestrato salvato dai carabinieri, 7 condanne tra cui un ergastolo. Non fu un “semplice” regolamento di conti tra bande rivali come istituzioni e investigatori miopi ritennero, ma la prima guerra tra clan della “Società”: nome allora conosciuto solo agli affiliati e svelato nel ’92 dal pentito tranese Salvatore Annacondia. Giosuè Rizzi (morto ammazzato il 12 gennaio 2012) e Rocco Moretti, 75 anni, tutt’ora di nuovo, e i loro compari sterminò i rivali riunitisi intorno ai fratelli Pinuccio e Nicola Laviano. Il primo scomparso nel gennaio ’89 dopo essere sfuggito a tre agguati; il secondo ucciso il 6 giugno dell’87 da un killer di Cosa nostra siciliana, Vincenzo Paratore (lui condannato, 4 i foggiani assolti tra cui Rizzi; Moretti fu prosciolto) che si sdebitò così con chi a Foggia gli offrì protezione e rifugio mentre era latitante. Delle 13 vittime (8 uccise, 1 scomparsa, 3 ferite, 1 ostaggio legato con filo spinato) tutte, tranne una, erano ritenute vicine ai fratelli Laviano. Che poi all’origine delle ostilità non c’era nemmeno una pretesa di leadership visto che il gruppo Laviano alleatosi con il sanferdinandese Gennaro Manco con ottimi agganci nel mondo dei traffici di eroina, voleva gestire gli affari insieme a Giosuè Rizzi, scarcerato nei primi mesi dell’86 che invece aveva un’idea diversa: si doveva fare come diceva lui. Il momento più tragico fu la strage al circolo Bacardi con 4 morti e il ferimento di Manco, poi ucciso qualche anno dopo. Dopo una serie di processi la sentenza definitiva parla di 4 condanne, tra cui un carabiniere e Rizzi cui furono inflitti 29 anni; e 3 assoluzioni, tra cui Moretti che fu invece condannato a 30 anni per l’omicidio a Terlizzi di un autodemolitore ritenuto vicino ai rivali. Ancora Moretti dopo l’ergastolo di primo grado fu assolto in appello, in via definitiva e con lui due coimputati, dall’accusa d’essere il mandante dell’omicidio-lupara bianca di Pinuccio Laviano che dopo essere sfuggito per 3 volte al fuoco dei nemici, la mattina del 10 gennaio dell’89 chiese un passaggio all’amico Franco Vitagliani per farsi accompagnare in auto alla stazione di San Severo, prendere il treno e allontanarsi da Foggia. Vitagliani gli sparò invece alla testa e fu - a dire dei pentiti - una sorta di gesto di pietà perché, per aver salva la vita dal clan Rizzi-Moretti, avrebbe dovuto consegnare Laviano vivo ai rivali perché lo torturassero. Vitagliani è stato condannato a uno dei 5 ergastoli inflittigli per una serie di omicidi collegati alle guerre di mafia. Leggenda, non suffragata da riscontri giudiziari, narra che Rocco Moretti accompagnato da due guardaspalle, presiedette un summit in campagna, mostrando agli affiliati la foto della testa mozzata di Pinuccio Laviano per spiegare che gli avevano fatto quello che la vittima intendeva fare a loro.

Cambio al vertice – La seconda guerra di mafia tra il 90’ e il ‘93, con 1 omicidio, 1 lupara bianca, 1 agguato fallito e nessuna condanna, segnò il passaggio di consegne al vertice della <Società>, con l’ascesa di Roberto Sinesi anche in virtù dell’alleanza con Vincenzo Parisi, nome storico della criminalità foggiana, ergastolano con alle spalle condanne per omicidi in Liguria e sequestro di persona in Piemonte; evaso il 14 gennaio ’93 dal carcere di Pianosa durante una licenza-premio, catturato il 15 maggio successivo nelle campagne di Bovino dalla squadra mobile dopo aver organizzato una serie di estorsioni in città; evaso ancora una volta dal supercarcere di Padova nel giugno del ’94 insieme al boss del Brenta Felice Maniero; e rimasto probabilmente vittima della lupara bianca nell’estate ’94 mentre si nascondeva sul Gargano. In questa seconda guerra di mafia fu ucciso il 12 giugno del ’90 davanti al proprio autosalone a porta Manfredonia Gerardo Agnelli (a distanza di 13 anni furono arrestati, processati e assolti Rocco Moretti ritenuto il mandante dal carcere e il suo fedelissimo Vincenzo Antonio Pellegrino accusato d’essere uno dei due sicari); e pochi giorni dopo sfuggì alla morte nel portone di casa Michele Mansueto (poi ucciso il 24 giugno 2011) che si scagliò contro il killer disarmandolo. Nelle ricostruzioni dell’accusa, Agnelli (mai processato per mafia) e Mansueto sarebbero stati coloro al vertice della “Società” per conto dei detenuti Giosuè Rizzi e Rocco Moretti, un cui fedelissimo - Ciro Ariostini detto “Ciro 55” - rimase vittima della lupara bianca: la sua auto bruciata e con un proiettile nella capote fu rinvenuta nelle campagne di Foggia il 15 aprile del ’93.

La prima volta dei clan Se la “Società” inizialmente era una struttura unitaria e verticistica col passare degli anni vide la nascita dei clan. Che furono protagonisti della terza guerra di mafia del ‘98/99, con 12 omicidi e 2 agguati falliti, 1 solo imputato per duplice omicidio poi assolto. Si fronteggiarono i Trisciuoglio/Prencipe e Sinesi/Francavilla. Punto di inizio e di non ritorno e che scatenò una sete di vendetta tutt’ora non sopita fu l’omicidio di Mario Francavilla, detto “Mario il nero”, becchino, ritenuto uomo di fiducia del boss Roberto Sinesi (quest’ultimo detenuto da dicembre ’93 a gennaio 2006). Mario Francavilla venne assassinato in via Napoli la sera del 22 gennaio del ’98 da tre killer ignoti mentre a bordo di una . I figli Antonello e Emiliano Francavilla saranno a loro volta “protagonisti” di future guerre tra clan. Anche Federico Trisciuoglio e Salvatore Prencipe rischiarono d’essere uccisi in quella guerra, salvandosi dall’agguato del pomeriggio del 21 settembre ’99 in via: due killer in moto spararono con un mitra Kalashinikov ferendo “soltanto” i due boss, mancando un terzo mafioso in loro compagna, uccidendo per errore un pensionato, Matteo Di Candia, che in un bar della zona festeggiava l’onomastico. A fronte di 12 omicidi e 2 agguati falliti, solo per un duplice omicidio si arrivò al processo a un foggiano, assolto in corte d’assise. A dire del pentito Antonio Catalano, killer vicino al gruppo Sinesi/Francavilla, uno dei motivi della rottura tra i clan fu la spartizione ritenuta poco equa dal suo gruppo della parte del bottino spettante alla mafia foggiana, consegnato dagli “uomini d’oro” rimasti ignoti che a Ferragosto del ’97 svaligiarono il caveau delle cassette di sicurezza della Banca di Roma di piazza Giordano, colpo da 40 miliardi di lire; ipotesi non suffragata da riscontri giudiziari.

La più cruenta – I numeri della quarta guerra della storia della “Società” dicono che in 15 mesi, tra luglio 2002 e ottobre 2003, ci furono 14 omicidi, 4 agguati con 12 condanne tra cui 5 ergastoli, di cui 4 inflitti a Franco Vitagliani. Il gruppo Francavilla/Sinesi cercò di spodestare i rivali della batteria Trisciuoglio/Prencipe; il pentito Catalano raccontò che le ostilità erano legale alla gestione del “libro delle estorsioni”, l’elenco delle vittime da spremere e chi dovesse gestirle incamerando i soldi. Franco Vitagliani, uscito dal carcere nel giugno 2002 e assetato di vendetta per l’omicidio del fratello Paolo ucciso nel ’98 nella precedente guerra di mafia, fu condannato a 4 ergastoli per altrettanti omicidi avvenuti in città tra luglio e novembre del ’92, che si sono aggiunti alla quinta condanna al carcere a vita inflitta per la lupara bianca di Pinuccio Laviano del gennaio ‘89. “Ho stipato pure questo” la frase con cui il sicario del clan Francavilla, detenuto dal maggio 2003 e dal 2006 sottoposto al duro regime carcerario del 41 bis, avrebbe commentato i delitti in serie. Lo stesso Vitagliani rischiò di non arrivare ai processi dopo essere sfuggito miracolosamente a un agguato il 31 marzo 2003 (una fucilata lo colpì al volto), organizzato da 3 rivali per vendicare il parente Giovanni Bruno assassinato proprio dal sicario ergastolano.

L’affare caro estinto C’è l’affare del racket dei funerali invece dietro la quinta guerra di mafia che tra maggio 2007 e settembre 2008 contò 2 omicidi (prima Franco Spiritoso, poi Antonio Bernardo ritenuti pacieri della mafia, delitti irrisolti) e 4 tentati omicidi (tra cui quelli dei boss Vincenzo Antonio Pellegrino e Pasquale Moretti, rispettivamente fedelissimo e figlio del boss Rocco Moretti, e di Alessandro Aprile vicino ai Sinesi), coinvolgendo anche indirettamente una ragazzina e un passante feriti da proiettili vaganti in due sparatorie dell’autunno 2008. All’origine della rivalità l’esclusione del gruppo Moretti/Pellegrino dal business del caro estinto - pizzo di 500 euro alle agenzie di onoranze funebri per ogni funerale in città - e la voglia dei Sinesi/Francavilla di eliminare i rivali, dopo averlo tenuti fuori dall’affare. Due le condanne per un duplice tentato omicidio di Aprile e un amico minorenne.

In campo le nuove leve Nel primo semestre del 2011 ci furono 2 omicidi e 2 tentativi di omicidio, uno dei quali peraltro nemmeno denunciato alle forze dell’ordine. Tutti delitti rimasti irrisolti, visto che il processo “Malavita” a 3 foggiani imputati di un omicidio e dei 2 agguati falliti si è concluso con le assoluzioni per i fatti di sangue. In campo scesero le nuove leve dei due clan già contrapposti nella guerra del 2007/2008: da una parte giovani vicini ai Moretti/Pellegrino, dall’altra quelli che negli atti giudiziari vengono definiti “i ragazzi di Sinesi”.

L’ultima, per ora, mattanza – Nonostante una serie di blitz con arresti e condanne per omicidio e armi e le molteplici rivelazioni di pentiti sia foggiani sia di fuori provincia, non è ancora chiaro il motivo scatenante della ripresa delle ostilità tra i Sinesi/Francavilla e i Moretti/Pellegrino/Lanza nella settima, e per ora, ultima guerra di mafia. Tra settembre 2005 e ottobre 2006 in città ci furono 10 agguati, tra cui uno nemmeno denunciato alle forze dell’ordine che lo scoprirono dalle; il bilancio finale è di 3 morti e 11 tra feriti, tra cui un bambino e un malavitoso finito sulla sedia a rotelle, e miracolati. Ben 9 le condanne per i fatti di sangue, tra cui un ergastolo non ancora definitivo. I caduti su entrambi i fronti sarebbero stati di più più se le volanti non avessero intercettato il 31 dicembre 2015 un commando di 3 sicari del clan Moretti pronti a colpire un rivale; e senza il blitz “Ripristino” con 9 fermi a gennaio 2016, quando Dda e squadra mobile decisero di intervenire contro esponenti del gruppo Moretti perché dalle captazioni in corso emergeva che erano pronti a colpire rivali e due poliziotti. In questa guerra di mafia rischiarono la vita 2 boss rivali: Vito Bruno Lanza ferito il 17 ottobre 2015 in un agguato per il quale sono stati condannati 5 foggiani, tra cui Roberto Sinesi quale mandante; e lo stesso Roberto Sinesi ferito vicino casa al rione Candelaro il 6 settembre 2016, quando un proiettile raggiunse alla spalla anche il nipotino che era in auto con lui (inflitti vent’anni a uno dei presunti pistoleri); il capo-clan si salvò perché giurava armato, tanto da essere poi condannato a 5 anni, rispose al fuoco e mise in fuga i rivali.

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