Economia

Il Mezzogiorno investe di più ma resta indietro nei servizi

Lo studio di Edison Next, Engie, Renovit e Veolia. Un mercato da 17 miliardi destinato a crescere fino a 39 miliardi entro il 2030. Ma tra gap di competenze e ritardi, il Sud rischia di restare ai margini

Il Mezzogiorno si muove, ma non ancora alla stessa velocità del resto del Paese. È questa la fotografia che emerge a margine della presentazione dell’Outlook dei Servizi Energetici in Italia “Energia per competere”, lo studio promosso da Edison Next, Engie, Renovit e Veolia, realizzato con il supporto di Bain & Company e presentato a Roma nel confronto tra imprese, associazioni e istituzioni. Il dato più interessante riguarda proprio il Sud: le imprese meridionali mostrano una propensione agli investimenti in efficientamento energetico e generazione distribuita superiore di circa 10 punti percentuali rispetto alla media nazionale. Un segnale che racconta una maggiore pressione sui costi energetici, ma anche una crescente consapevolezza del ruolo strategico dell’energia per la competitività.

Eppure, il quadro resta incompleto. Se si guarda ai servizi più evoluti, quelli che consentono di stabilizzare i costi e ridurre il rischio, il Mezzogiorno appare ancora in ritardo. «Meno del 5% delle imprese del Sud si dichiara interessato ai Power Purchase Agreement (contratti a lungo termine per l'acquisto di energia rinnovabile tra un produttore e un acquirente), contro una media nazionale del 30%, mentre il 67% non conosce i benefici del biometano», osservano Alessandro Cadei e Rosangela Pacifico di Bain & Company. Un divario che segnala non solo un tema di informazione, ma anche di offerta e di accompagnamento delle imprese.

Il contesto nazionale in cui si inserisce questa dinamica è quello di un mercato in forte crescita. Dalla ricerca emerge che nel 2025 il settore dei servizi energetici ha raggiunto 17 miliardi di euro, con la Pubblica Amministrazione primo ambito di spesa (8 miliardi), seguita dall’industria (5 miliardi) e dal terziario (4 miliardi). Un comparto destinato ad espandersi rapidamente fino a 39 miliardi entro il 2030, sostenuto dalla diffusione delle rinnovabili, dagli interventi sugli edifici e dalle soluzioni di efficientamento on-site.

Ma anche qui emergono differenze profonde. L’industria è il segmento più avanzato: il 53% delle imprese ha già avviato interventi di efficientamento, mentre nel terziario la quota si ferma al 18%. Le grandi aziende risultano più strutturate, con il 75% dotato di piani pluriennali, contro il 60% delle PMI. Una distanza che nel Mezzogiorno si amplifica, soprattutto nei comparti meno organizzati.

La direzione è tracciata. L’80% delle aziende ad alto consumo di gas e il 60% di quelle elettriche riconoscono ormai i servizi energetici come leva strategica, uno strumento per migliorare margini e competitività. La pressione dei prezzi energetici, ancora oggi fino a due o tre volte superiori rispetto al 2019, ha accelerato questo processo. Ma i risultati restano parziali: la riduzione dell’intensità energetica, pari a circa il 20% tra il 2021 e il 2023, riflette anche la contrazione della produzione industriale e non solo un reale miglioramento dell’efficienza.

In questo scenario il Mezzogiorno, e la Puglia in particolare, si trovano in una posizione cruciale. Da un lato sono territori chiave per la produzione di energia da fonti rinnovabili e per lo sviluppo della generazione distribuita. Dall’altro rischiano di restare indietro nella capacità di governare i servizi più avanzati, quelli che permettono di integrare produzione, consumo e gestione dell’energia.

È qui che si gioca la partita. Perché la transizione energetica non si misura solo nella quantità di impianti installati, ma nella capacità di costruire una filiera industriale e finanziaria in grado di generare valore sui territori. Gli operatori del settore sono chiamati a un salto di ruolo: da fornitori a partner industriali, capaci di integrare tecnologie, servizi e strumenti finanziari. Un passaggio decisivo soprattutto nel Sud, dove la frammentazione del tessuto produttivo richiede modelli più evoluti e una maggiore capacità di accompagnamento. Il nodo resta anche regolatorio. Senza un quadro stabile e strumenti adeguati, il rischio è che la crescita del settore resti legata agli incentivi e non diventi strutturale. La fase post-PNRR sarà il banco di prova. Per il Mezzogiorno la scelta è chiara: trasformare la pressione dei costi energetici in un’opportunità di modernizzazione oppure restare ai margini delle nuove filiere.

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