il commento
Nel linguaggio della politica apatia, opacità, distanza e... quanta fuffa retorica!
Se la comunicazione politica informasse correttamente, il cittadino potrebbe sentirsi più coinvolto nel controllo e verifica, trasformandosi da fruitore passivo e distratto di narrazioni epiche e salvifiche
L’uso non corretto delle parole e la confusione del linguaggio sono tra i segnali più evidenti della crisi di una società. Nei sistemi politici autocratici la manipolazione del linguaggio e l’uso strumentale della storia sono da sempre strumenti quotidiani di gestione del consenso. Oggi, ad esempio, le guerre d’invasione vengono chiamate «operazioni speciali», volendo far credere all’opinione pubblica che si tratta di operazioni mirate, quasi chirurgiche e, a detta di Putin, Netanyahu e Trump, motivate da scopi difensivi. Naturalmente questo comporta censura o minimizzazione delle stragi di civili e bambini, quasi fossero un effetto collaterale inevitabile. Lo scrittore Octavio Paz scrisse in modo eloquente che un popolo comincia a corrompersi quando si corrompe la sua grammatica e la sua lingua.
Nei sistemi democratici il pericolo è minore perché temperato dalla libera dialettica tra posizioni culturali e politiche diverse e in concorrenza tra loro, meccanismo che dovrebbe produrre anticorpi e assicurare un potenziale dí demistificazione dell’uso improprio del linguaggio. Dico dovrebbe, perché può accadere, come negli ultimi decenni, che si produca una convergenza omologante verso modelli con varie dosi di retorica populistica. E questa rincorsa provoca progressive cadute dei freni inibitori nell’uso strumentale del linguaggio. Immaginate per un attimo De Gasperi, Nenni, Togliatti che proclamano l’abolizione della povertà, che chiamano rivoluzione ecologica qualche ristrutturazione di edifici abitativi e, da ultimo, che adottano una norma di modifica del funzionamento degli organi di autogoverno della magistratura (solo quella penale e civile, con esclusione della magistratura amministrativa e contabile) chiamandola «Riforma della Giustizia». Si dirà che molti cittadini sono già vaccinati perché quotidianamente esposti alla comunicazione pubblicitaria, a cui chiaramente molti slogan politici si ispirano. Ma, anche se così fosse e non lo darei per scontato, la confusione del linguaggio nuoce gravemente ai sistemi democratici perché produce: opacità, non permettendo di distinguere tra cambiamenti veri, interventi parziali o soluzioni soltanto cosmetiche; inflazione semantica, perché se tutto è riforma nulla è riforma, ed il termine perde ogni valore; depotenziamento del contenuto conoscitivo del dibattito pubblico, che appare troppo generico e allusivo.
Tutti questi elementi ovviamente concorrono alla crescita dell’apatia politica e della distanza tra le istituzioni e i cittadini. Peraltro, questi ultimi percepiscono quotidianamente non i disegni normativi ma gli effetti di una complessa catena di attuazione amministrativa e messa in opera organizzativa rispetto a cui la legge è solo una premessa. Se la comunicazione politica informasse correttamente sui tempi prevedibili, sulla disponibilità di risorse finanziarie, sul numero e tipo di azioni successive necessarie per implementare una norma, il cittadino potrebbe sentirsi più coinvolto nel controllo e verifica del percorso attuativo, trasformandosi da fruitore passivo e distratto di narrazioni epiche e salvifiche (e se vietassimo l’abuso del termine «epocale»?) in soggetto attivo della vita democratica. Ha quindi molte ragioni Gianrico Carofiglio quando sostiene la tesi che la chiarezza linguistica sia una forma di autodifesa democratica. Ma è realistico assumere l’ipotesi che il cittadino medio non abbia tempo e strumenti per difendersi da solo.
Dovrebbero correre in suo aiuto gli intellettuali, soprattutto quelli che si occupano a vario titolo della vita pubblica. Ma questo accade molto di rado perché troppi giornalisti e opinionisti considerano un impegno minore e noioso quello di occuparsi di fatti amministrativi. Preferiscono, col minimo sforzo, commentare le dichiarazioni degli attori politici e la loro dislocazione nel parallelogramma delle forze in campo. Abbiamo tanti «fisici» del potere e pochissimi «microfisici» dei processi amministrativi che condizionano la qualità ed efficacia dei risultati. Parafrasando una vecchia battuta, è come preferire di andare al ristorante per leggere il menù piuttosto che per consumare i prodotti della cucina. Se la decisiva funzione di controllo del potere da parte di giornalisti e opinionisti fosse rivolta almeno un po’ di più a radiografare gli effetti delle politiche pubbliche, come per fortuna cominciano a fare alcuni autori di fact checking, state certi che diminuirebbe almeno un po’ anche la produzione di fuffa retorica e l’abuso di paroloni ad effetto ma senza effetti.