politica

Per il Governo Meloni una nuova fase di rilancio ma con senso di realtà

francesco giorgino

Non è solo l’Italia a rischiare di entrare in recessione, ma tutta l’Europa. È questo il motivo per cui si rendono indispensabili misure da varare a livello europeo. E l’opposizione, sempre molto europeista, farebbe bene a muoversi all’unisono con la maggioranza

Il contesto internazionale e quello economico sono oggettivamente tra i più difficili, ma non per questo è legittimo accreditare nel discorso pubblico solo interpretazioni apocalittiche come quelle che sovente si leggono sui media più critici con la Meloni. Mi permetto di evidenziare che tifare per il fallimento dell’attuale governo può anche dare una scossa di adrenalina a chi milita nella metà campo avversa al centrodestra e a chi pensa che la cosa più importante sia mettere in difficoltà i propri avversari, ma di certo è un atto masochistico se a compierlo è un italiano. Il buon senso e il senso di realtà (che sono cose differenti dalle fiammate qualunquistiche spesso rintracciabili sulle piattaforme social) comportano che le analisi politiche, geopolitiche e geoeconomiche si realizzino, considerando la complessità di questo momento storico. Momento connotato, come ho più volte segnalato su questo giornale, dall’unilateralismo e dalla presenza di molte variabili in campo. Alcune del tutto imprevedibili.

Prima di esprimere valutazioni tranchant e giudizi intrisi di pessimismo sul futuro dell’Italia bisognerebbe, perciò, porsi almeno due domande. La prima: cosa sarebbe accaduto in politica estera se alla guida del Paese non ci fosse stata Giorgia Meloni? La seconda: quali sarebbero state le prospettive di crescita se anziché l’attuale governo ce ne fosse stato un altro? Respingendo l’idea dello strabismo comparativo e delle valutazioni preconcette che non appartengono al mio modo di fare giornalismo, rispondo alle domande appena esposte, affermando che il rapporto del nostro Paese nei confronti dell’alleato più strategico, ovvero gli Stati Uniti, e il nostro peso in Europa sarebbe stati simili nella più ottimistica delle ipotesi, peggiori nella più pessimistica. Rispondo, altresì, ricordando anche che il rapporto deficit-Pil, la situazione dei conti pubblici, la mancata crescita economica sono temi che vanno ricondotti ad un’analisi che rilevi anzitutto dal punto di vista diacronico: del resto gli effetti in macroeconomia si producono in linee temporali molto più ampie del breve termine. E ciò al netto degli shock energetici dovuti alle guerre che, per la loro stessa natura, solo qualche volta si palesano con prodromi chiaramente decifrabili in anticipo, scoppiando ed evolvendosi senza schemi precostituiti. Un contesto internazionale come quello che stiamo vivendo non può non essere avvolto da un’alea di profonda incertezza.

La Meloni non è persona che rimane con le mani in mano a guardare gli altri.

Non è incline all’immobilismo. Al contrario, è abituata ad affrontare e, quando è possibile, a risolvere i problemi. La Meloni è donna coerente e al tempo stesso coraggiosa. Quando deve e vuol dire no a qualcuno di certo non si tira indietro. È quello che è accaduto con Trump, di cui non ha condiviso la decisione presa insieme con Israele iniziando il conflitto con l’Iran. Lo ha dimostrato con la posizione assunta sullo stretto di Hormuz, mesi prima con quella assunta sulla Groenlandia e più di recente con le dichiarazioni rese su quanto richiestoci dagli americani sulla base di Sigonella.

Negli ultimi giorni la Meloni prima è volata in Algeria e poi nei Paesi del Golfo: primo capo di governo a recarsi in quest’area dall’inizio del conflitto in Iran.

Lo ha fatto per garantire ulteriore sicurezza energetica all’Italia e per aiutare alcuni Paesi amici. Una missione al tempo stesso politica ed economica. Con quest’azione si potrebbe ritardare l’arrivo di conseguenze ancora più grandi per l’Italia, considerando anche quello che sta accadendo in altri Paesi Europei. Il Golfo rappresenta per l’Italia una fonte di petrolio e gas di prim’ordine: il 15% del fabbisogno. Una fonte che condiziona l’andamento complessivo dei prezzi di queste materie prime. A maggio la premier sarà anche in Azerbaijan. Va ricordato, nel frattempo, che il nostro Paese ha diversificato molto le sue fonti e che la situazione viene definita dagli esperti «sotto controllo» rispetto a qualche anno fa. Un viaggio quello in Arabia Saudita, Emirati Arabi, Qatar tenuto riservato fino all’ultimo, ad eccezione del Quirinale.

Non è solo l’Italia a rischiare di entrare in recessione, ma tutta l’Europa. È questo il motivo per cui si rendono indispensabili misure da varare a livello europeo. E l’opposizione, sempre molto europeista, farebbe bene a muoversi all’unisono con la maggioranza, vista la delicatezza della posta in palio.

Farebbe bene ad incalzare le istituzioni europee a fare di più, coordinandosi meglio.

L’esecutivo ha prorogato il taglio delle accise per contrastare il caro benzina.

Una misura che ha comportato lo stanziamento di 500 milioni, di cui 200 con l’auto copertura che deriva dall’incremento del gettito Iva e 300 provenienti da risorse recuperate dai fondi Ets non ancora utilizzati. Lo sconto di 0,25 centesimi sul costo del carburante durerà almeno sino al primo maggio. Non si dimentichi che è stato varato un apposito provvedimento che si occupa anche delle aziende agricole alle quali viene esteso il taglio delle imposte già adottato per la pesca. Il decreto prevede inoltre l’azzeramento delle accise per il gas naturale usato come carburante.

L’obiettivo del governo è evidentemente quello di riuscire a proteggere famiglie, imprese e lavoro. Meloni giovedì 9 aprile riferirà alle Camere per chiarire che il risultato del referendum non impatta sulla continuità dell’azione del governo. Non ci sarà rimpasto poiché la sostituzione di Daniela Santanchè da parte di Giammarco Mazzi rappresenta la soluzione più idonea a garantire non solo continuità, ma anche un minimo di rilancio all’azione di governo. Mazzi può portare al Turismo le sue competenze di organizzatore di grandi eventi, alcuni dei quali fatti in tv davanti a milioni di persone, può mettere a disposizione la sua propensione alla managerialità per garantire al settore del turismo (settore centrale per l’economia del nostro Paese specie a fini dell’attrattività verso l’estero), il connubio con la cultura. Parola quest’ultima da intendersi nella sua declinazione semantica più ampia.

Meloni sta provando a neutralizzare tutti i segni di indebolimento della sua immagine. Segnali che promanano da quanti, nel perimetro nazionale, vorrebbero approfittare di questa situazione per assestare un colpo definitivo al governo. Finora ha resistito a questo intento: una prova di ciò che sto scrivendo è costituita dal fatto che dalla data dell’esito referendario ad oggi (23 marzo-5 aprile 2026) è vero che, stando ai sondaggi, Fdi ha perso un punto, ma altrettanto lo è il fatto che le percentuali attribuite a Fratelli d’Italia sono in leggero calo rispetto alle europee, ma sono comunque superiori alle politiche del 2022 quando il partito guidato da lei e da sua sorella Arianna riuscirono a conquistare il primato elettorale su scala nazionale.

La premier va avanti, dunque. Non intende perdere nemmeno un minuto di fronte alle emergenze causate dalla situazione internazionale. La sua unica bussola resta quella della tutela degli interessi nazionali. Più che la soluzione di piccoli problemi come quelli legati a singoli esponenti di governo è importante ora che l’esecutivo trovi le ragioni per un rilancio dell’economia.

Le previsioni di Bankitalia parlano di crescita al ribasso e di inflazione in ascesa per il 2026 e il 2027, soprattutto se lo scenario del conflitto più probabile fosse quello della prosecuzione della guerra.

Il tutto si sta sviluppando dentro un quadro connotato da un alto tasso di rigidità del patto di stabilità. Patto che rappresenta un cappio al collo per tutte le economie più esposte al rischio di recessione. Il fatto che per l’Italia nel 2025 il rapporto deficit-Pil, come reso noto venerdì dall’Istat, resti sopra il 3% (precisamente al 3,1%), allontana la possibilità dell’uscita anticipata dalla procedura d’infrazione dell’Unione Europea grazie all’attivazione delle clausole di salvaguardia che nelle regole fiscali comunitarie permettono di aumentare la spesa per la difesa senza togliere margini agli altri interventi.

Vedremo. Il dato definitivo sarà notificato all’Eurostat solo il prossimo 22 aprile. Stiamo parlando di tre decimali sotto i livelli dell’anno prima, ma di uno sopra la soglia decisiva tracciata a Maastricht.

Una situazione quella del deficit-Pil che la Meloni ha cercato di migliorare in questi tre anni, lasciandosi alle spalle decisioni di politica economica, prese prima del suo arrivo a Palazzo Chigi, che hanno reso particolarmente critico il quadro di finanza pubblica.

È del tutto evidente che la battaglia del 3% è nata in un contesto diverso da quello attuale. Le clausole di salvaguardia possono (e debbono) essere attivate per circostanze eccezionali che si collocano al di fuori del controllo dello Stato membro dell’Unione europea o per congiuntura negativa nella zona euro. È quello che sta avvenendo in queste settimane.

Tutti ora chiedono aiuti contro i rincari. Il governo deve barcamenarsi per dare a questa battaglia il sapore della resilienza e della rivincita dell’intera Italia e non solo della maggioranza. Per questo è opportuno che l’opposizione non rinunci ad esercitare senso di responsabilità e collaborazione nell’interesse di tutti.

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