il conflitto in medio oriente

Un mese di guerra, il gioco a «palla lunga» mostra troppi errori

gaetano quagliariello

Possiamo affermare che, indipendentemente dal mancato rispetto del diritto internazionale, chi ha attaccato l’Iran ha sbagliato i suoi calcoli

Dopo un mese di guerra possiamo affermare che, indipendentemente dal mancato rispetto del diritto internazionale, chi ha attaccato l’Iran ha sbagliato i suoi calcoli. Già ora il conflitto si sta prolungando per un tempo più lungo di quanto era stato previsto da chi l’ha scatenato. Il regime iraniano, inoltre, si è rivelato una minaccia molto più seria e vicina di quanto fossimo disposti a credere. Dopo aver tentato di colpire la base angloamericana di Diego Garcia, nell’Oceano Indiano, a una distanza paragonabile a quella che separa Teheran da Londra o Parigi, le forze iraniane hanno centrato la base di Prince Sultan, in Arabia Saudita. Come se non bastasse, il parlamento iraniano vuole adesso imporre «il pizzo» alle petroliere che attraversano lo Stretto di Hormuz: due milioni per ogni passaggio.

Il tema della sicurezza s’incrocia con l’impennata dei prezzi energetici e la pressione sui traffici commerciali e le filiere industriali. Così l’Europa deve fare di necessità virtù. Da un verso giocare «a palla lunga» con il presidente Trump sull’idea di un «controllo congiunto» nel Golfo, ma solo al termine del conflitto (a tal fine Bruxelles può anche mettere sul tavolo negoziale l’impegno ad aumentare gli acquisti di energia dagli Stati Uniti, fino a 750 miliardi di dollari entro il 2028). Dall’altro, puntare a diversificare le rotte. L’accordo di libero scambio firmato recentemente con l’Australia viene dopo quello sottoscritto alla fine del 2025 con i Paesi latinoamericani del Mercosur. Con Delhi, invece, Von der Leyen ne aveva stretto un altro all’inizio di gennaio. E ora rispunta anche l’ipotesi dell’IMEC, il corridoio tra India, Medio Oriente ed Europa, progetto che circola da qualche anno come alternativa alla ben più strutturata «Via della Seta» cinese.

Come per ogni grande iniziativa infrastrutturale, anche in questo caso vi sono dei pro e dei contro. L’IMEC ridurrebbe i tempi della congestionata rotta di Suez, aumentando il traffico container. Non tutti i collegamenti del percorso sono però ancora completati e, soprattutto, essi non evitano lo scoglio dell’attraversamento del Medio Oriente. Il progetto, infine, costa miliardi di dollari. Per il nostro Paese, che ha perso una parte delle proprie forniture di GNL con la crisi nel Golfo, l’IMEC rappresenta, però, in ogni caso un’opportunità. Il corridoio indiano, infatti, attraversando Emirati, Arabia Saudita, Giordania e Israele, sbucherebbe nel Mediterraneo. Il porto di Trieste è tra i possibili terminali europei del progetto, necessario per connettersi con le grandi reti di trasporto continentali. Il tutto, dunque, avverrebbe in un mare che i pugliesi conoscono bene: l’Adriatico. E nella ricerca di itinerari possibili, potrebbe anche inserirsi l’iniziativa centro-europea dei «Tre Mari»: l’Adriatico - collegato a nord con il Baltico e a est con il Mar Nero – come cerniera tra il continente e l’Indo-Pacifico.

Si tratta solo di scenari che, tuttavia, veicolano alcune considerazioni epocali. La prima è che nel tempo della «deglobalizzazione» un sistema fondato su poche rotte sicure si frammenta in più corridoi competitivi, e chi controlla tali connessioni può usarle come strumenti di potenza, non solo per ricavarne vantaggi economici. In secondo luogo, quando cambiano le rotte cambiano anche gli equilibri territoriali e, se il punto di arrivo dell’IMEC è Trieste, i porti di accesso possono essere Bari, Taranto e Ancona. Per il Mezzogiorno si aprirebbe quindi un’ulteriore opportunità: diventare porta tra continenti. Infine, la sicurezza: se il Mediterraneo è sempre di più una piattaforma strategica per la difesa europea, l’Italia può rafforzare il fianco Sud della NATO garantendo, assieme alla Grecia e ai Balcani, la continuità logistica nell’Adriatico. In fondo non sarebbe una novità: durante le guerre balcaniche, furono i nostri cacciamine a rendere più sicuro un mare che oggi torna strategico.

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