politica

La fase due di Giorgia e le opposizioni in cerca del leader

Francesco Giorgino

La vittoria del No ha innescato effetti politici rilevanti in entrambi gli schieramenti. Una cosa però è certa: la complessità è cifra distintiva anche della politica italiana. E non risparmia nessuno

La vittoria netta del No al referendum sulla giustizia va al di là della valutazione negativa fatta dagli elettori su separazione delle carriere tra magistratura requirente e magistratura giudicante, doppio Csm con sorteggio, Alta Corte. La vittoria del No ha, infatti, innescato effetti politici rilevanti in entrambi gli schieramenti. Cominciamo ad analizzare quelli dentro la maggioranza.

Chi conosce Giorgia Meloni sa che, per indole e visione politica, non è mai stata innamorata del principio andreottiano «meglio tirare a campare che tirare le cuoia». Al tempo stesso sa anche che la sua idea di policy non contempla, neppure a livello teorico, l’ipotesi del «tirare le cuoia». Ipotesi che sarebbe in totale contraddizione con la sua determinazione e con la storia di successo che l’ha portata, nel giro di pochi anni, a diventare prima leader del partito di maggioranza relativa e poi premier, a capo di un governo tra i più longevi della storia repubblicana. La sollecitazione a Del Mastro, Bartolozzi e Santanchè a fare un passo indietro rientra in questa logica. Fa parte delle iniziative di rilancio del governo in base ad una consapevolezza maturata a più riprese in queste giornate di oggettiva e comprensibile tensione: la necessità sì di un’interpretazione multilivello dell’esito referendario, ma senza sottovalutare in alcun modo il dato politico. Eh già, perché i No al referendum sono in gran parte No alla modifica della Costituzione e Sì al mantenimento dello status quo della magistratura, ma sono anche un No all’azione di governo come conseguenza della dura opposizione fatta dal cosiddetto campo largo, dalla Cgil e da una parte della magistratura. Va detto che, in occasione dell’ultimo voto, l’esecutivo è stato penalizzato non poco dalla situazione internazionale e dalle conseguenze economiche innescate dal conflitto in Iran. Occorrerebbe ricordare a tutti, anche solo per onestà intellettuale, che la chiave di lettura da prendere in esame non può essere solo quella che poggia sul rapporto personale tra la premier e Trump, quanto quella relativa all’oggettiva difficoltà a muoversi in un contesto contraddistinto, non certo per volontà dell’Italia, dalla fine del multilateralismo, dall’indebolimento del diritto internazionale e dal perdurante caos internazionale. Se a Palazzo Chigi al posto della Meloni ci fosse stato un altro Presidente del Consiglio, le cose sarebbero andate diversamente? Si sarebbero fermati i conflitti in corso? Non credo. Le relazioni tra Italia e Stati Uniti si sviluppano su traiettorie consolidate. Traiettorie rispetto alle quali entrano in campo molte variabili.

Dicevamo della volontà della premier di tagliare alcuni rami sacchi per puntare da un lato ad una maggiore efficienza della propria azione programmatica e deliberativa, dall’altro per eliminare questioni scomode e oggetto di speculazione politica da parte dei suoi competitor. Il rilancio dell’azione di governo, la cosiddetta Fase 2, prevede una serie di iniziative alle quali si sta mettendo mano. La Meloni vuole arrivare alla fine della legislatura senza gli affanni che sono stati registrati nelle ultime settimane: non si dimentichi che il Sì ha perso in regioni guidate da Fratelli d’Italia come Lazio, Abruzzo e Marche e da Forza Italia come Sicilia, Calabria e Basilicata. Affanni che la Meloni non intende né sottovalutare, né sopravalutare, essendo persuasa del fatto che facendo le scelte giuste ci si può presentare davanti agli elettori nel 2027 (o prima qualora si creassero le condizioni per elezioni anticipate) con la coscienza pulita di chi ha rispettato gli impegni presi con gli elettori nel 2022 (tra questi c’era anche la riforma della giustizia) e di chi rappresenta una soluzione ancora molto valida in termini di governabilità. Le leve su cui agire, al netto della politica estera (che come abbiamo detto presenta incognite non sempre gestibili da parte delle cancellerie e variabili indipendenti dalla volontà dei singoli Paesi) sono quelle della politica economica. La Meloni non può non continuare sulla strada della riduzione delle tasse per il ceto medio. Non può non contrastare in modo più deciso il caro energia che rappresenta un vero e proprio cappio al collo per attività produttive e consumatori. Non può non continuare a lavorare sull’implementazione dell’occupazione e dei salari all’interno di un quadro di finanza pubblica e di una cornice macroeconomica che in questi anni ha già restituito segnali positivi: conti pubblici in ordine, spread ai minimi, promozione da parte delle agenzie di rating, maggiore attrattività dell’Italia con la crescita degli investimenti diretti esteri, della Borsa e dell’export.

È certamente l’economia il terreno nel quale il governo può giocare le carte più importanti in vista delle prossime elezioni politiche. Tutto ciò, senza nulla togliere alla strategicità delle misure varate in materia di sicurezza ed immigrazione: a tal proposito ricordiamo che il cosiddetto modello Albania è stato promosso a Bruxelles con grande dispiacere del centro sinistra che su questo tema aveva concentrato gran parte del proprio sforzo mediatico nei mesi scorsi.

Il centrodestra deve, altresì, pensare a come costruire e/o rafforzare la propria interlocuzione con i cluster più giovani dell’elettorato. Strategica, ma per creare le condizioni utili per vincere di nuovo e gestire gli equilibri dentro la maggioranza, è anche la riforma della legge elettorale. Riforma che sarebbe un errore varare senza la ricerca di una qualche forma d’intesa con l’opposizione. Fratelli d’Italia è orientata ad andare avanti con un impianto sostanzialmente proporzionale, ma con l’introduzione del premio di maggioranza. Dopodomani la Commissione Affari Costituzionali della Camera inizierà i lavori dopo la nomina dei quattro relatori del provvedimento, in rappresentanza dei diversi partiti che sostengono il governo. Contemporaneamente Palazzo Chigi tiene sott’occhio quello che sta accadendo dentro Forza Italia. Marina Berlusconi vuole imprimere una scossa per agevolare il rinnovamento della classe dirigente del partito fondato da suo padre agli inizi degli anni Novanta. La Meloni non ha certo interesse ad alimentare le fibrillazioni interne ai propri alleati, anche se in prospettiva può beneficiare di una ventata di aria nuova che, nel partito guidato da sua sorella Arianna, significherebbe anche aprire di più a persone della società civile che magari non hanno un trascorso solo di destra (piuttosto, di centrodestra) e che si distinguono per capacità e autorevolezza. Nell’ottica della definizione delle strategie future e della composizione del prossimo Parlamento, non si dimentichi nemmeno quanto sia delicata la partita dell’elezione del successore di Mattarella, allorquando le Camere riunite saranno chiamate ad eleggere il nuovo Presidente della Repubblica.

Veniamo ora alle opposizioni. E’ necessario sottolineare che per chi aspira a governare sono sostanzialmente due le modalità agentive. La prima ruota intorno ad un’unica e reiterata strategia: sconfiggere tutti insieme i propri avversari senza preoccuparsi di creare un’alternativa credibile a chi si vuole sostituire nella guida del Paese. La seconda, invece, ruota intorno all’elaborazione di una proposta politica (nel marketing elettorale parleremmo di «prodotto politico diversificante») che generi la percezione chiara di un posizionamento oppositivo rispetto a quello maggioritario o quanto meno ritenuto tale. Operazione quest’ultima che richiede anzitutto la creazione di un fronte compatto e l’annullamento, o quanto meno la riduzione, delle differenze interne allo schieramento. Finora dalle parti del centrosinistra ha prevalso il primo modello. È quello che è accaduto con Berlusconi, con Salvini e con Meloni: il collante di chi stava o sta all’opposizione era ed è quello di battere a tutti i costi il principale avversario, spesso indicandolo nella sfera pubblica mediata come un nemico da contrastare in tutti i modi possibili. Sappiano che l’antiberlusconismo è stato il carburante più potente per il consolidamento del berlusconismo e per la sua elevazione persino a paradigma. Potrebbe accadere lo stesso con l’anti-melonismo rispetto al melonismo.

Abbiamo visto quante differenze esistono nel centrosinistra tra Pd (con tutte le sue anime) e Movimento Cinque Stelle, considerando soprattutto la politica estera e la politica economica (si pensi al superbonus e al reddito di cittadinanza). Abbiamo visto anche la distanza che nel campo largo c’è tra i partiti di centro (Renzi e Calenda, peraltro assai distanti tra loro) e quelli di sinistra. C’è poi il tema delle primarie. Stando ai sondaggi, Giuseppe Conte registra un orientamento positivo anche in parte dell’elettorato del Pd e di Avs, ma ovviamente i democratici guidati dalla Schlein rivendicano un ruolo di primo piano, considerando il maggior peso elettorale che essi hanno rispetto ai pentastellati e agli altri partiti dello schieramento. La partita delle primarie sarà indicativa del modo in cui nel centrosinistra si vuole costruire un’alternativa alla Meloni.

L’euforia di questi ultimi giorni (onestamente non sempre condivisibile e giustificabile) non basta a segnare la strada per un futuro diverso della politica italiana. Del resto, l’euforia è una condizione a tempo determinato. Ci si chiede, infatti: può la vittoria del No al referendum costituzionale abilitare una lettura politica che segnali in modo automatico un’inversione di tendenza netta negli equilibri tra maggioranza e opposizione? La risposta è no.

Nelle prossime settimane sapremo di più. Una cosa però è certa: la complessità è cifra distintiva anche della politica italiana. E non risparmia nessuno.

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