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Referendum, cresce a sinistra il fronte favorevole al sì per la riforma della giustizia

bruno vespa

«Da Augusto Barbera a Sabino Cassese, da Marco Minniti a Giuliano Pisapia, da Paolo Mieli ad Antonio Polito»

Mentre Giorgia Meloni è scesa in campo per mobilitare la «maggioranza silenziosa» degli italiani favorevole alla riforma della giustizia ed Elly Schlein si schiera a fianco dell’Associazione nazionale magistrati e di chi vuole comunque colpire il governo per ragioni politiche, va manifestandosi con evidenza sempre maggiore la quota di uomini rappresentativi della sinistra e di opinionisti autorevoli con il cuore a sinistra che si espongono a votare Sì, pur votando contro il governo Meloni alle prossime elezioni politiche. Da Augusto Barbera a Sabino Cassese, da Marco Minniti a Giuliano Pisapia, da Paolo Mieli ad Antonio Polito.

Schlein sostiene giustamente che da tre anni il maggiore partito della sinistra italiana ha cambiato strada. Ma fa una certa impressione notare che negli ultimi venticinque anni – senza risalire a Togliatti, che voleva il ministro della Giustizia come presidente del Csm – dalla Bicamerale di D’Alema (1997-98) a Fassino e Rutelli (2001), dal governo Prodi 2006-2008 (Mastella Guardasigilli con Rutelli, Fassino e Violante) a quello Renzi (2014), dal congresso PD del 2019 (mozione vincente del segretario Martina con Deborah Serracchiani) al programma elettorale di Enrico Letta (2022), c’è stato un orientamento costante favorevole alla separazione delle carriere. Naturalmente si può dissentire, ma sarebbe ingeneroso sospettare l’intera classe dirigente della sinistra di una vocazione intimidatoria nei confronti dei magistrati.

Questo significa che se si guarda strettamente al merito della riforma, è difficile trovare norme sopraffattive o intimidatorie. I valori costituzionali restano intatti e semmai rafforzati, per quanto riguarda l’autonomia del pubblico ministero. I passi successivi semmai verranno fatti con legge ordinaria, come quella di una qualche forma di responsabilità dei magistrati paragonabile a quella di altre categorie di funzionari pubblici o di meccanismi che introducano elementi di merito (abnorme numero di provvedimenti rigettati o di vincoli non rispettati, per esempio nei termini della custodia cautelare) per evitare che anche pessimi magistrati raggiungano il punto più alto della carriera, esattamente come i loro eccellenti colleghi che sono la grande maggioranza. Questo spiega la presenza di molti giudici a favore del Sì.

Chiariti i termini della riforma è sulle conseguenze della mala giustizia che Giorgia Meloni probabilmente concentrerà la sua attenzione negli ultimi giorni della campagna elettorale. Senza arrivare ad eccessi come ipotetiche scarcerazioni indiscriminate, basterà far rilevare che un giudice terzo soprattutto nella fase delle indagini preliminari potrà garantire maggiore autonomia di scelta su intercettazioni, perquisizioni e sarà meno appiattito sulle richieste di un pubblico ministero «cugino» in rinvii giudizio che portano anni di processi con la distruzione di vite professionali e private che nessuno potrà mai risarcire.

Il catalogo di quanto successo è talmente ampio che basta avere la pazienza di sfogliarlo.

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