il commento
Nella guerra delle diplomazie Giorgia Meloni vince sul governo di Massimo D’Alema
«L’Italia non è in guerra e non entrerà in guerra». Dovremmo considerare questa la linea rossa di Giorgia Meloni. La posizione dell’Italia sul conflitto è uguale a quella del cancelliere tedesco Merz
«L’Italia non è in guerra e non entrerà in guerra». Dovremmo considerare questa la linea rossa di Giorgia Meloni. La posizione dell’Italia sul conflitto, di cui non era stato preavvertito nessuno degli alleati europei degli Stati Uniti, è uguale a quella del cancelliere tedesco Merz. Presa d’atto, lavoro diplomatico (per il poco che vale quello europeo) per una soluzione rapida della crisi, assistenza ai paesi in difficoltà. I francesi, come noi e altri, partecipano alla protezione di Cipro, paese della Nato e dell’Unione europea. In Spagna, il primo ministro Sanchez, gagliardamente contrario alla guerra, da bravo «hombre vertical» concederà agli Stati Uniti le basi esattamente come noi secondo gli accordi del 1954, successivamente rinnovati.
A chi ritiene che non siano sufficienti due interventi in una settimana dei ministri degli Esteri e della Difesa in attesa che l’11 marzo si presenti il presidente del Consiglio (non siamo in guerra, non ci entreremo e gli americani ancora non ci chiedono l’uso delle basi), converrà rammentare che alla fine di marzo del 1999 il premier Massimo D’Alema autorizzò il bombardamento delle postazioni antiaeree della Serbia per consentire agli Stati Uniti di spazzarne via senza problemi le basi strategiche. Non informò il Parlamento (ma si può dire: onorevoli colleghi, vi annuncio che domani pomeriggio bombarderemo le basi antiaeree della Serbia?) e nemmeno gli alleati di governo. Armando Cossutta, leader dei Comunisti italiani, lo seppe a «Porta a porta» dal ministro della Difesa Carlo Scognamiglio e si limitò ad impallidire.
Quando chiesi ragione a D’Alema del suo comportamento, rispose: «Non posso essere sottoposto a un controllo quotidiano. Se non piaccio, mi mandino via…». D’Alema pagò agli americani il prezzo di essere il primo presidente del consiglio «comunista» di un paese occidentale.
Ma obbedì alla Nato (non all’ONU) e fece probabilmente quel che si doveva fare visto il massacro di kosovari che stava facendo Milosevic.
Ieri Merz, Meloni, Starmer e Macron hanno convenuto che nei prossimi giorni «saranno fondamentali una intensa attività diplomatica e uno stretto coordinamento militare». C’è la ragionevole speranza che la guerra possa finire prima del 31 marzo, quando Trump incontrerà Pechino Xi Jinping per non metterlo più in difficoltà di quanto già non sia. Fino ad allora daremo assistenza antiaerea anche ai paesi del Golfo: sono stati attaccati nel tentativo (fallito perché non condiviso) di far smettere gli americani e la loro gratitudine ci sarà utile a conflitto finito. Meloni dovrà fare l’acrobata per tenere contemporaneamente la testa sulla guerra e sul referendum. I sondaggi sono unanimi nel dire che la maggioranza degli italiani è favorevole al Sì, ma i più motivati ad andare a votare sono i sostenitori del No.
Se chi risponde sui singoli punti della riforma è ampiamente favorevole eppure i Sì potenziali sulla scheda sono solo leggermente sopra i no , se non leggermente sotto, vuol dire che la motivazione politica del No prevale sul merito del provvedimento. Starà alla Meloni e i suoi alleati portare al voto un numero di elettori abbastanza vicini alla metà di dei votanti.