il conflitto
E ogni crisi del Golfo ci rinnova l’allarme sui prezzi dei carburanti
È in quella trama fitta tra Hormuz e Mediterraneo che l’Italia, il Mezzogiorno e la Puglia devono imparare a muoversi con più consapevolezza, perché ogni crisi nel Golfo Persico è un promemoria di quanto sia pericoloso restare spettatori
Nel giro di poche settimane lo Stretto di Hormuz è passato da essere una strozzatura strategica «minacciata» a diventare, di fatto, una frontiera di guerra aperta tra Iran e il fronte Stati Uniti Israele, con l’intera penisola arabica che vive sospesa tra paura di escalation e dipendenza vitale dal mare che la circonda. Le immagini dei tanker fermi in rada, dei tracciati AIS che si interrompono all’ingresso del Golfo, dei droni che colpiscono infrastrutture portuali e aeroportuali, raccontano più di tante analisi quanto il cuore energetico del pianeta oggi batta in un’area dove bastano poche miglia marine per tenere in ostaggio l’economia globale.
L’Iran ha scelto ancora una volta Hormuz come leva politica e psicologica, più ancora che militare. Nei comunicati dei Pasdaran il messaggio è semplice: «Il passaggio non è più sicuro, le navi stiano alla larga». Non serve nemmeno una dichiarazione formale di chiusura, perché sono gli armatori e le assicurazioni a tirare il freno a mano: war risk alle stelle, coperture ritirate, raccomandazioni a evitare l’area. Così il blocco nasce per auto difesa del mercato, prima ancora che per ordine di uno Stato. Teheran sa che ogni petroliera che si ferma è un messaggio diretto non solo a Washington e Tel Aviv, ma a Pechino, a New Delhi, a Bruxelles, a chiunque dipenda dal greggio del Golfo.
Dall’altra parte dello specchio, la penisola arabica vive una contraddizione feroce. Arabia Saudita, Emirati, Qatar, Kuwait hanno investito enormemente negli ultimi anni per presentarsi come attori moderni, centri finanziari, hub turistici globali. Ma in queste ore torna a galla la loro fragilità strutturale: la ricchezza si muove sul mare, attraverso poche miglia d’acqua che un attore regionale può rendere impraticabili con missili, mine, droni o anche solo con l’ombra della minaccia. I grandi aeroporti del Golfo, simbolo del «nuovo» Medio Oriente che vola e connette continenti, sono rallentati o temporaneamente colpiti dai raid e dalle contro azioni, e in alcuni casi si fermano, mostrando quanto sia sottile la patina di normalità che ricopre un’area attraversata da basi militari, flotte straniere, rivalità mai sopite.
Nel frattempo, il prezzo del petrolio reagisce come un sismografo: basta l’annuncio di attacchi a tre navi vicino allo stretto, la conferma che molte decine di petroliere e metaniere hanno gettato l’ancora in attesa di tempi migliori, e il Brent scatta in alto con la velocità delle breaking news, prima sopra gli 80, poi verso quota 90 dollari nel giro di poche sedute. I mercati non guardano solo ai barili mancanti oggi, ma alla paura che domani quei barili possano non esserci affatto: ed è questa paura, concreta ma anche psicologica, a trasformare uno stretto di 40 chilometri in una leva capace di spingere in su il costo della benzina a Bari, il prezzo del biglietto aereo a Fiumicino, la bolletta del gas di una famiglia pugliese.
La regione, in questo quadro, non è un monolite. Dentro l’Iran convivono la durezza dei Pasdaran e la necessità di non oltrepassare il punto di non ritorno, perché un conflitto aperto metterebbe a rischio non solo le entrate petrolifere, ma la stessa tenuta interna di un Paese già provato da sanzioni e tensioni sociali. Sulla sponda araba, i governi oscillano tra l’allineamento al partner americano e il timore di vedere il proprio territorio trasformato in retrovia di una guerra che nessuno, nelle élite economiche del Golfo, ha davvero interesse a combattere fino in fondo. Anche Israele, coinvolto direttamente nelle operazioni contro Teheran, sa che ogni missile lanciato verso l’Iran produce un’onda lunga sui mercati energetici di cui beneficiano talvolta i suoi rivali, e che irrita profondamente partner fondamentali come India e Cina, voraci importatori di petrolio del Golfo.
Per chi guarda da Bari, da Taranto, da Brindisi, questa crisi non è un conflitto lontano, ma qualcosa che entra nella vita quotidiana attraverso il distributore, la spesa al supermercato, le bollette, i costi del trasporto marittimo che alimenta i porti del Sud. Il Mediterraneo, che nelle mappe geopolitiche appare sempre più come il «nuovo mare interno» tra Europa, Africa e Medio Oriente, si scopre vulnerabile alle onde lunghe che partono da Hormuz: quando si ferma il Golfo, si inceppa anche la promessa del Mezzogiorno come piattaforma energetica e logistica d’Europa, e proprio per questo diventa ancora più urgente ripensare rotte, fonti di approvvigionamento, investimenti nelle rinnovabili e nelle infrastrutture portuali del nostro Sud.
La cronaca di questi giorni ci ricorda, in fondo, una verità semplice: il prezzo del gasolio nel deposito di Molfetta o di Taranto non si decide solo nelle raffinerie o nei consigli di amministrazione, ma anche nelle cabine di comando delle fregate nel Golfo, nelle stanze dove si negoziano accordi sul nucleare iraniano, nei palazzi dove si firma o si rinvia una strategia europea comune sull’energia. È in quella trama fitta tra Hormuz e Mediterraneo che l’Italia, il Mezzogiorno e la Puglia devono imparare a muoversi con più consapevolezza, perché ogni crisi nel Golfo Persico è un promemoria di quanto sia pericoloso restare spettatori in un teatro dove, comunque, paghiamo il biglietto.