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Il caporale ora è un’app o resta in campagna, ma noi abbiamo fame di diritti

enrica simonetti

Cosa è successo in questa settimana? Apparentemente… solo Sanremo. In realtà, sono accadute due-tre cose che riportano al centro il punto nodale della nostra democrazia malata e cioè: il lavoro malato

Cosa è successo in questa settimana? Apparentemente… solo Sanremo, solo vetriolo tra i sì e no al referendum, solo scandalo «porci con le ali sul potere» per il caso Epstein. In realtà, sono accadute due-tre cose che riportano al centro il punto nodale della nostra democrazia malata e cioè: il lavoro malato. Quello che non c’è e che – quando c’è – fa vergognare chi abbia ancora un briciolo di (sempre più rara!) umanità.

Ogni giorno, un tassello. Fanno breccia le piaghe dell’ex Ilva, quella rovinosa scelta tra lavoro e morte, tra nubi rosse e ombre nere, che decenni di parole e di inchieste non risolvono. Fa breccia il caporalato vecchio e nuovo che continua imperterrito: «Nessuna giustizia per mia moglie», è l’urlo disperato del marito di Paola Clemente, la donna morta ad Andria nei campi mentre faceva l’acinino sotto un tendone dell’uva e una calura fatale. La sentenza d’appello ha confermato l’assoluzione per il datore di lavoro, perché non si può provare la relazione tra il suo malore da cardiopatica e la fatica ma - pur rispettando la decisione dei giudici - non si può non riflettere. Sulla terribile storia di Paola e sulla parola caporalato, che ormai non è più solo in campagna, ma ovunque attorno a noi.

Il caporale e il capitale. Quel caporale che può essere il capomastro di un gruppo infinito di sfortunati o un’app del cibo consegnato a casa. Non cambia nulla, nemmeno la paga di 3 o 4 euro all’ora: la prendeva Paola Clemente, la continuano a prendere gli altri «schiavi» delle arance e dei pomodori o dell’edilizia precaria. Ed è uguale al compenso che percepiscono i lavoratori del delivery su due ruote, senza diritti, con mille controlli, con quel senso di precarietà che ormai ci inonda. Noi non lo sappiamo o fingiamo di non saperlo. Sembra che ci accorgiamo di questi caporali e di questi «schiavi» ogni volta che la cronaca ci riporta qualche notizia, ma loro ci sono sempre, (in)visibili nelle piazze in cui attendono le chiamate, con quel box giallo che sa di cotto, come ormai sono cotti e bruciati tutti i diritti.

Che altro è successo in questa settimana? Che facendo i conti di qualche grande gruppo, si torni a parlare di megamanager superstipendiati e di cifre stratosferiche di un mondo ex giusto che sembra aver perduto il senso della giustizia. Mentre le mille vertenze assillano famiglie di ex lavoratori e le tante notizie poi si perdono nel vortice dei tanti fatti di un tempo che è diventato frenetico, distratto, assente. Noi, da fallaci eroi del multitasking, ascoltiamo una persona che ci parla e nel frattempo vediamo un video, senza renderci nemmeno conto che non stiamo capendo nulla. E nel frattempo i grandi fili del mondo ci tessono reti attorno, perché irretire chi ignora è più facile.

Così i muri diventano sempre più alti e, altro che uniti, siamo continuamente distanti. E tutto prosegue indisturbato. Che ci interessa di una bracciante agricola, che ci interessa di uno «schiavo» del delivery. Ho fame, non ho tempo, non lo so. Il caporale, nel frattempo, si ciba della nostra ignavia. Ma poi il caporale non è solo uno, perché l’app che comanda alla fine vale anche per tanti altri lavori, in un vuoto di diritti che ci sguarnisce sempre di più. Ascoltate le storie dei laureati che fuggono; ascoltate la parola lavoro «coltivata» da chi promette, da chi fa campagna elettorale, da chi assume raccomandati o da chi trucca i concorsi. C’è sempre un diritto che viene sacrificato. Il talento? Mah, è inglesizzato, perché sono i talent ormai a dare lavoro a qualcuno che ce la fa. E la crisi diventa anche identitaria, sociale, universale.

Al di là di quello che crediamo, il caporale, l’app, il corrotto, non fanno male solo a chi si trovi sulla loro strada. Perché come a Taranto con l’Ilva, questi comportamenti avvelenano l’aria che respiriamo tutti. Tempo fa, un colosso delle auto, la Wolkswagen, compì una truffa sulle emissioni nocive di alcuni suoi motori: lo scandalo fu chiamato «Dieselgate» e una serie di inchieste, procedimenti e multe, accertarono la volontà di aver manomesso i dati di 11 milioni di veicoli, che invece producevano emissioni 40 volte superiori a quelle dichiarate. Immaginate i super-cervelli che furono capaci di dar vita a questo trucco e poi immaginate anche l’aria che essi stessi finivano per respirare, dato che non vivevano sulla luna. Caporali anch’essi, ma di se stessi: perché abbiamo dimenticato che - possiamo pure sentirci ineguali - ma respiriamo tutti la stessa aria. Dobbiamo eliminare la rabbia, la crisi e il veleno che finiscono per ammalarci tutti. E far entrare la primavera, facendo fiorire l’etica, fiore dimenticato.

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