il commento
La guerra in Ucraina dopo quattro anni ha cambiato il mondo
Quattro anni dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, la guerra in Ucraina non è più «solo» una delle tante guerre in corso nel mondo. Intorno a questa guerra, è il mondo stesso che è cambiato.
Quattro anni dopo l’invasione russa del 24 febbraio 2022, la guerra in Ucraina non è più «solo» una delle tante guerre in corso nel mondo. Intorno a questa guerra, è il mondo stesso che è cambiato. La guerra in Ucraina è sangue, dolore, devastazione e profughi, ma anche la misura della trasformazione dell’ordine mondiale. A cavallo del quarto anniversario, mentre raid e droni russi colpiscono indistintamente anche il centro di Kiev, oltre che le infrastrutture energetiche, si ha sempre più l’impressione che il conflitto stia entrando in una fase cristallizzata.
Si fa strada la tesi secondo cui, anche attraverso l’Ucraina, è cambiato nettamente l’ordine geopolitico mondiale. E la cesura di tutto questo passa soprattutto per la Casa Bianca, nel pericoloso salto dall’era Biden al ritorno di Trump, il 20 Gennaio del ’25. Nel primo biennio di occupazione russa, la postura occidentale (pur con le solite e inevitabili frizioni) aveva un baricentro chiaro: il supporto finanziario e militare a Kiev, con la centralità della Nato e dell’assetto transatlantico. L’amministrazione intorno a Joe Biden, anche se con momenti di evidente calo, ha incarnato quest’idea di una guerra da contrastare nel nome dell’unità occidentale. La domanda è inevitabile: siamo ancora dinanzi a quel test di “credibilità” dell’Occidente, non solo per difendere i territori ucraini, ma anche per dimostrare che l’aggressione territoriale, nel XXI secolo, non può minimamente esser lasciata senza conseguenze? Il passaggio a Trump ha introdotto un lessico decisamente differente (oltre che molto più spicciolo): si parla di costi insostenibili e, da questo punto si liquida la questione del Paese ucraino come se fosse solo un dossier negoziale. Il cambio di paradigma è evidente ed è condotto nel solco di un’America indispensabile, ma non più automaticamente disponibile. D’improvviso, intorno all’occupazione di Putin, l’Europa si è ritrovata a essere centrale, ma senza avere ancora gli strumenti adatti. Viene da chiedersi se conta ancora una visione centrata sull’ordine della Nato… In teoria sì, ma nella lettura americana conta ben poco. La guerra nata da una seconda invasione dopo i giorni invisibili della Crimea nel 2014, per Trump ha soltanto accelerato un mondo più competitivo e meno cooperativo, dove le alleanze, le catene industriali della difesa e, perfino, le infrastrutture energetiche sono al centro - molto di più - della “vecchia” idea di Occidente. E lo scompiglio portato dalla Casa Bianca non dispiace a Mosca e spariglia le carte anche in Cina. Quattro anni dopo, l’Ucraina resta la linea del fronte, ma con ingredienti diversi e con il sottofondo della “stanchezza” degli aiuti. In tal senso non stiamo parlando soltanto di questioni economiche, ma è un nuovo racconto di potere, in un’America che vuole rinegoziare il suo ruolo. Se poi guardiamo da Est l’atteggiamento USA verso l’Ucraina, la questione si complica. Da Varsavia a Tallinn, da Vilnius a Bucarest, la politica trumpiana appare un test da monitorare per il proprio futuro: o accelera la deterrenza europea o si lascia un varco di opportunità per Mosca.
La Russia osserva e scommette sulla frattura occidentale, mentre il discorso sull’incremento della spesa militare sembra incorniciare un mondo apparentemente nuovo, eppure vecchio e stanco. E Pechino come si pone davanti a un’America più imprevedibile sull’Ucraina? La Cina preferirebbe (da sempre) un esito che non si traduca in una sconfitta (netta) russa e segue, con attenzione, le mosse di Washington, trasformando la questione del popolo ucraino in un laboratorio per il Pacifico, perché da qui si potrebbe capire come gli Stati Uniti sostengono un alleato sotto attacco (e, soprattutto, a quali condizioni). Dentro questo “calderone”, intanto c’è la tragedia di un popolo con circa 6 milioni di profughi e circa 3,7 milioni di persone che vivono da sfollate interne, in un pendolarismo forzato, oltre 40 mila feriti dall’inizio del conflitto e ben oltre 15 mila civili uccisi. Come si traducono questi numeri nel linguaggio diplomatico? Come si quantificano i traumi e le famiglie divise?