il referendum

Riforma della giustizia, lo sfogo indecoroso di chi si sente braccato

Nunzio Smacchia

Lo spettacolo che si sta offrendo agli Italiani è anche il sintomo pericoloso di una frustrazione deviante non solo di chi si sente coinvolto direttamente nella vicenda giudiziaria, ma anche di tutto il corpo parlamentare

Lo spettacolo che si sta offrendo agli Italiani sul referendum della riforma della giustizia da parte del governo rappresenta lo sfogo di chi si rende conto d’essere braccato e impotente, quasi alle corde, ed è anche il sintomo pericoloso di una frustrazione deviante non solo di chi si sente coinvolto direttamente nella vicenda giudiziaria, ma anche di tutto il corpo parlamentare. Tutte le forze civili che contano sentono più che mai la necessità di discutere sul ruolo della magistratura, sulla commistione tra giustizia e politica e sulla legalità in generale.

La riforma incide profondamente non solo sull’indipendenza del P.M., ma dell’intero ordine giudiziario. Il no serve a preservare quell’equilibrio dei poteri che i padri costituenti costruirono alla fine della guerra e che ha garantito per anni la solidità della nostra democrazia e che ora si vuole distruggere per volere di una forza politica che non è stata capace di trovare il consenso popolare che si aspettava. Con la riforma ci sarà un indebolimento del potere giudiziario nella sua totalità e avrà notevoli ripercussioni sull’attuale società che vuole essere tutelata nella sua interezza.

L’indipendenza della magistratura è una garanzia per l’uguaglianza dei cittadini, è nel loro interesse, soprattutto dei più deboli, avere un giudice imparziale, anche di fronte alle pressioni di forze politiche forti, in grado di condizionare il futuro della sua carriera. Un P.M. dovrebbe essere sganciato dal potere esecutivo, per continuare a essere autonomo. La delicatezza del momento riguarda la relazione dialettica diventata oltremodo alterata tra autorità e libertà e può trovare una giusta soluzione – si dice - solo con il ripristino armonico dei rapporti tra tutti i poteri dello Stato. Se questo confronto diventa insostenibile, si può determinare la rottura dell’ordine civile, l’inapplicabilità del diritto, della sua efficienza e del suo sconvolgimento. L’ordine democratico, alla base di ogni società civile, deve basarsi sul rispetto dell’osservanza della legge e sul primato del diritto in assoluto.

Sono gli organi direttamente rappresentativi della convivenza civile che devono decidere se e quali riforme siano necessarie al Paese e in che tempi portarle a termine; è in questo quadro di democraticità che deve essere vista l’eventuale modifica tra i rami rappresentativi della repubblica. Si accusa da più parti la magistratura d’essere un corpo separato dal resto della società, d’avere a livello politico difficili legami con le alte autorità, di serbare un’ostilità preconcetta contro persone con funzioni pubbliche e in alcuni casi di servirsi impropriamente della discrezionalità riconosciutale dalla legge; e questo malcontento è stato espresso attraverso proposte parlamentari finalizzate alla revisione della Costituzione e al ridimensionamento dell’azione giudiziaria nel suo esercizio giurisdizionale.

Ma così non è: è un rimprovero sconfessato da ottant’anni di fedele e imparziale esercizio. Controllare la magistratura dall’esterno, come si vuole, nell’emanazione dei suoi atti e nell’amministrazione della giustizia, significherebbe ledere la sua autonomia e la sua facoltà di autodeterminarsi liberamente. Evidentemente non è questa la strada da percorrere, perché il confine tra le supremazie dello Stato e i principi di diritto verrebbe gravemente cancellato con ripercussioni sul piano degli equilibri tra i poteri politico e giudiziario.

Andare oltre vorrebbe dire mettere in discussione l’indipendenza dell’amministrazione giudiziaria, minarne la sua autorità e la preminenza della legge, valori ai quali una sovranità popolare non può rinunciare, senza subire uno scombussolamento dei suoi organismi interni.

Ciò che è interessante notare è come la giustizia venga interpretata con lenti politiche e la si accusi di eccessiva autarchia, anzi di «disubbidienza» al potere statale, perché si ritiene che vengano snaturate quelle garanzie formali d’uguaglianza, legalità e libertà, che pure tutti sembrano predicare a parole, ma che di fatto non vengono riconosciute e tollerate. Non è concepibile che si parli di «rivoluzione» della giustizia, e non è un piano destabilizzante reale o una simulazione deliberatamente provocatoria? La critica da parte degli organi governativi alla magistratura è pericolosa, perché incrina un rapporto di lealtà che deve sussistere al di là di ogni travisamento, e può generare nel cittadino «emozioni e apprensioni» violente, ancorché fuorvianti. La libertà d’espressione in questo caso diventa un attacco all’autorità giudiziaria e vìola l’essenza della stessa democrazia, al pari di altri principi sacrosanti e costituzionalmente protetti, come quello, uno dei tanti, dell’inviolabilità della sfera privata del cittadino, la cui riservatezza è stata seriamente compromessa dalla tecnologia on line. In questo modo la «apoliticità» della giustizia è in pericolo e non perché si vuole dare un controllo burocratico a ogni atto giurisdizionale, ma per la ragione che si cerca d’imbavagliare la giustizia, facendola diventare luogo di scelte politiche, ancella del potere e succube delle ideologie dominanti, e di mirare a una dimensione proprietaria delle istituzioni.

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