l'analisi

Il Mezzogiorno d'Italia più che rincorrere deve iniziare a prevenire

Ettore Jorio

Il «Sudditalia», nel suo stato rovinoso causato da un Mediterraneo che pare essere dominato da un meteo divenuto tropicale, deve smettere di essere così com’è remissivo

Il «Sudditalia», nel suo stato rovinoso causato da un Mediterraneo che pare essere dominato da un meteo divenuto tropicale, deve smettere di essere così com’è remissivo. Rinunciando persino a difendersi idrogeologicamente. Arrivando addirittura a perdere i suoi simboli (Decaro dixit, riferito a ciò che fu lo stupendo «arco degli innamorati»), reali punti di forza.

Ma deve, altresì, andare oltre la cura delle emergenze. Deve prevenire. Deve esasperare la sua caratteristica naturale, tanto da divenire la più bella aiuola del Mediterraneo. Deve trasformarsi in luogo di fuga di miele e residenza degli stranieri, di weekend reiterati degli europei. Un luogo che, con i suoi colori umani, si propone come sito di accoglienza e di trattativa per le tregue delle guerre in atto. Deve quindi cambiare in tal senso, perdendo i suoi vizi. Deve proporsi e non essere ammirato dall’alto e da lontano. Deve correggersi.

C’è un tratto negativo che tuttavia accomuna molte esperienze di governo nel Mezzogiorno — e non solo — ed è la difficoltà a prevenire invece che rincorrere. Dalle calamità naturali alla penetrazione delle mafie, la reazione arriva spesso dopo, quando il danno è già visibile. La prevenzione richiede competenza, continuità, equilibrio. La rincorsa, invece, consente esposizione, dichiarazioni, narrazione.

È qui che si inserisce quella che potremmo chiamare la botanica del potere contemporaneo, che traduce i boccioli in fiori. Questi ultimi da intendersi nell’esercizio della politica come la prima scelta.

Un tempo alla politica si chiedevano idee, programmi, visioni. Non era un’età dell’oro, ma almeno esisteva la pretesa che governare richiedesse solidità mentale e competenza. Oggi il baricentro sembra spostato: non conta la coerenza, ma l’impatto; non la misura, ma la visibilità; non la lucidità, ma la capacità di occupare spazio.

Il «fiore di testa» sonoramente scambiato per il «fuori di testa» — ovvero sia come l’uscita sopra le righe, la dichiarazione ipertrofica, il cambio di tono studiato per generare reazione — non è più un incidente di percorso. È una tecnica. Funziona nel ciclo mediatico permanente, dove la presenza vale più del contenuto e l’attenzione è la valuta dominante.

Il meccanismo attraversa schieramenti e culture politiche. Cambiano le narrazioni, non la logica.

L’improvvisazione diventa spontaneità, l’ego leadership, la contraddizione flessibilità. In un ecosistema che premia l’esposizione continua, l’eccesso non è un difetto: è un vantaggio competitivo.

Il problema non è lo stile, ma l’effetto sistemico. Quando la visibilità sostituisce la responsabilità, la prevenzione perde terreno. La gestione ordinaria — che non produce titoli — viene percepita come debolezza. La competenza appare fredda, la misura poco comunicativa. Così si alza il volume. E quando una fioritura appassisce, se ne produce un’altra, più vistosa.

Al cittadino resta un compito sempre più complesso: distinguere tra carattere e squilibrio, tra autenticità e perdita di controllo, tra decisionismo e aggressività. In altri ambiti professionali, certi comportamenti verrebbero valutati e corretti. In politica, spesso vengono premiati. È una doppia morale che contribuisce a normalizzare l’eccentricità di potere.

Intanto, chi soffre davvero resta invisibile. È facile dedurlo da come lo tratta la sanità. La fragilità, se non è accompagnata da una carica istituzionale, rimane un fatto privato, al quale l’assistenza sociale non offre nulla. Se invece appartiene a chi governa, può diventare tratto identitario, persino leva di consenso. Non è una questione di salute individuale, ma di cultura pubblica: di quali comportamenti consideriamo compatibili con l’esercizio della responsabilità.

La democrazia non può trasformarsi in un vivaio dove si selezionano piante per la rapidità della fioritura e non per la solidità delle radici. Le radici — competenza, continuità amministrativa, capacità di prevenzione — non fanno rumore. Non generano trend. Ma sono ciò che tiene in piedi le istituzioni quando arrivano le tempeste.

L’estetica del potere non è neutrale. Se privilegia l’esibizione sull’equilibrio, l’impatto sulla responsabilità, finisce per ridefinire ciò che consideriamo normale. E quando l’eccezione diventa prassi, non è solo una questione di stile politico: è un problema di qualità democratica.

Il mondo desidera un Mezzogiorno, il nostro, che cambi in fretta. Lo pretende un miraggio da vivere, una meta al cui indirizzo staccare in tanti, da subito, il biglietto per arrivare.

Ai fragili si chiede pertanto di guarire. Ai potenti di fiorire.

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