il commento
Così per un like sui social mettiamo in gioco la sicurezza dei nostri figli
Lo «sharenting» è il fenomeno sempre più diffuso tra i genitori di divulgare online i contenuti sulla vita quotidiana dei propri figli e le immagini dei loro volti
Immaginate di passeggiare in strada e accorgervi che gli sconosciuti attorno a voi riconoscano i vostri figli e ne conoscano i gusti e le abitudini, la scuola e gli ambienti che frequentano o persino quali siano i loro piatti preferiti. Questo è solo uno dei (tanti) rischi che comporta lo «sharenting», il fenomeno sempre più diffuso tra i genitori di divulgare online i contenuti sulla vita quotidiana dei propri figli e le immagini dei loro volti.
Uno dei tanti, si diceva, perché questa pratica altamente lesiva della riservatezza del minore espone i più piccoli a rischi gravissimi: dall’adescamento, al cyberbullismo, dal furto alla clonazione di identità, fino ad arrivare a quanto accaduto pochi giorni fa a Roma dove una donna ha tentato di rapire da scuola una bambina, fingendosi la sua babysitter e mostrando una foto della piccola sul suo cellulare trafugata dai canali social dei genitori. A essere esposti a questi pericoli sono sempre più minori, a fronte di un uso inconsapevole dei social da parte dei genitori che spesso condividono le informazioni riservate dei propri figli e le immagini del volto, ignorando le conseguenze.
Secondo uno studio europeo condiviso dal Journal of Pediatrics dell’European Pediatrics Association, ogni anno i genitori condividono online una media di 300 foto riguardanti i propri figli e prima del quinto compleanno ne hanno già condivise quasi un migliaio.
Ma la condivisione non riguarda solo le immagini, va oltre, inserendo anche informazioni sensibili come la data di nascita. Davanti a questi numeri e, soprattutto, ai rischi legati a questa pratica, l’interrogativo vien da sé: la sicurezza dei nostri figli vale un like sui social? La questione non è solo etica o sociale, ma diviene anche giuridica. Negli ultimi anni, si sono espressi sul tema i Giudici sia di merito sia di legittimità, i quali, nella consapevolezza dei rischi legati a una simile pratica, hanno iniziato a interrogarsi sulle conseguenze dello sharenting nell’ambito dell’esercizio della responsabilità genitoriale. Nel farlo, hanno valorizzato una lettura conforme al principio del best interest of the child, soprattutto per i minori al di sotto dei 14 anni, soglia che rappresenta la cosiddetta «maggiore età digitale» nell’ordinamento nazionale. Al compimento dei quattordici anni, infatti, il minore può esprimere autonomamente un valido consenso al trattamento dei propri dati personali, inclusa la diffusione della propria immagine. Diversamente, per il minore infraquattordicenne il problema si sposta sul fondamento e sui limiti del potere dei genitori di autorizzare la pubblicazione delle sue immagini.
In tal caso, la diffusione online delle fotografie dei figli è un atto eccedente l’ordinaria amministrazione, e per questo motivo richiederebbe il consenso di entrambi i genitori. Questo orientamento segnala una crescente consapevolezza del fatto che l’esposizione digitale del minore non è un gesto neutro, ma un atto potenzialmente incidente sui suoi diritti fondamentali.
Il messaggio che emerge è chiaro: la rete non è uno spazio privo di regole e l’amore genitoriale non può tradursi in un’esposizione permanente e incontrollata della vita dei figli. Ogni fotografia pubblicata, ogni informazione condivisa, contribuisce a costruire un archivio digitale che il minore non ha scelto e che, oltre ad arrecare potenzialmente danni a causa di comportamenti esterni, potrebbe anche ledere il diritto alla riservatezza e all’autodeterminazione.