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E se l’Europa ripartisse dagli italiani? Riafferriamoci il destino

gaetano quagliariello

Lungo la strada di una nuova Europa vi è un ultimo tema che ci riguarda da vicino in quanto meridionali, ed è quello della coesione. Se si accelera e la competitività diventa un criterio prioritario, i territori fragili rischiano di restare indietro

L’Europa potrebbe ripartire dall’Italia, anzi dagli italiani. È già accaduto in passato. Quando nel 1954 l’esercito europeo venne bocciato e tutto sembrava perduto, il progetto di integrazione fu rimesso in piedi in due conferenze che si svolsero a Messina e a Venezia. Lì maturarono i Trattati di Roma e, dunque, il Mercato Unico. Mutatis mutandis, qualcosa di quella storia potrebbe ripetersi.

Domani, infatti, il Presidente del Consiglio Europeo Antonio Costa ha convocato i leader europei nel maestoso castello di Alden Biesen in Belgio. E i lavori saranno introdotti dalle relazioni tenute da due ex Presidenti del consiglio italiani, Mario Draghi ed Enrico Letta, autori di rapporti che ruotano intorno a questa domanda fondamentale: quale tipo di potenza intende diventare l’Europa, e su quali basi può fondarsi questa ambizione? Non è detto che le risposte coincidano con le soluzioni indicate nei loro lavori, ma è certo, invece, che l’Europa si trova nuovamente a un bivio.

A imporre scelte di fondo non sono né studi né dichiarazioni di intenti, ma eventi che fino a pochi anni fa sarebbero apparsi impensabili. La categoria stessa di Occidente si incrina, esposta al mutare degli equilibri di potenza.

L’interesse americano per la Groenlandia coincide con il disinteresse sostanziale per l’Ucraina: due segnali che mettono a nudo la fragilità delle relazioni transatlantiche e, con essa, la tenuta dell’intera architettura di sicurezza europea. Di fronte a fatti di tale portata, non c’è più tempo per trastullarsi con i modelli d’ingegneria istituzionale. Se anche Draghi parla di «federalismo pragmatico» - fondamentalmente un ossimoro - vuol dire che il problema non sta lì. La questione è, come si diceva una volta, di volontà politica. E, per questo, sembra sempre più evidente che l’Europa del futuro sarà a geometria variabile: andrà avanti sui singoli progetti con chi veramente vuole farlo, anche oltre i veti e le unanimità.

È per questo che, pur senza enfatizzare oltre il dovuto la circostanza, oggi si può prescindere dall’asse franco-tedesco. E Germania e Italia possono trovare convergenze anche al di là di ciò che ne pensa Parigi. Gli strumenti per rendere la politica industriale continentale un fattore di influenza geopolitica, d’altro canto, certamente non mancano: grandi progetti industriali transnazionali; iniziative per renderci autonomi nei semiconduttori; programmi per garantire l’accesso alle materie prime critiche, sostenere le energie rinnovabili e coordinare gli investimenti nelle tecnologie emergenti.

Tuttavia, le esitazioni su dossier come il Mercosur dimostrano che il protezionismo non è in auge solo a Washington. E in un mondo che va veloce, non ci si può consentire che la decisione degli Stati venga bloccata per un anno e, magari, lo si faccia in nome di un «europeismo corretto».

Lungo la strada di una nuova Europa, infine, vi è un ultimo tema che ci riguarda da vicino in quanto meridionali, ed è quello della coesione. Se si accelera e la competitività diventa un criterio prioritario, i territori fragili rischiano di restare indietro. La ricetta per il Mezzogiorno è nota: rigenerare le amministrazioni locali, investire nelle competenze che restano e attrarre capitale umano qualificato.

Le imprese meridionali vanno sostenute fiscalmente, soprattutto quando sono in grado di inserirsi nelle catene del valore europee.

Ma oggi non sono solo «i Sud» a non potersi più permettere di aspettare. Dopo aver trascorso decenni a coltivare le proprie virtù civili all’ombra della protezione americana, l’Europa scopre che quel tempo è finito. Bisogna prendere il destino nelle nostre mani e trasformare la forza economica, industriale e tecnologica del continente in uno strumento di influenza.

In altre parole, Venere deve ibridarsi con Marte. È l’unica via percorribile se, in un mondo meno globalizzato, si vuole competere con i grandi blocchi che restano globali.

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