politica

Se le tre parole sicurezza, giustizia e legalità segnano la strada da seguire

francesco giorgino

È auspicabile che si raggiunga un’intesa, pur nella diversificazione dei ruoli e delle strategie politiche, tra maggioranza e opposizione. La posta in palio è molto alta ed ha a che fare con il presente e il futuro dello Stato di diritto

La cronaca ci pone quasi ogni giorno davanti a riflessioni su quello che è il reale impatto della sicurezza nella società. E non da oggi. La sicurezza, del resto, è un bisogno antropologico, poiché riguarda il nostro modo di abitare gli spazi pubblici e privati, il nostro modo di agire, il nostro modo di comportarci. Secondo lo psicologo statunitense Maslow, la sicurezza è uno dei bisogni primari dell’essere umano, come lo sono il bisogno di bere, di mangiare, di relazionarsi con gli altri, di realizzarsi nella vita, di amare.

È da queste basi che dobbiamo ripartire per comprendere e valutare, senza l’emotività che ha caratterizzato il discorso pubblico nei giorni scorsi, il modo in cui il pacchetto sicurezza approvato giovedì scorso dal Consiglio dei Ministri possa fare la differenza nel breve, nel medio e nel lungo termine. Giorgia Meloni e la sua maggioranza di governo hanno voluto dare un segnale chiaro e inequivocabile con le misure previste nel decreto, a partire da quelle relative al fermo preventivo, alle maggiori tutele sulla legittima difesa, ma anche alla stretta sull’uso dei coltelli da parte delle nuove generazioni. Ha anche voluto manifestare da Milano la volontà di procedere ad un significativo incremento dell’organico delle forze dell’ordine.

Personalmente ho affrontato questo tema, rilevante per metodo e merito, nella prolusione che ho tenuto martedì scorso davanti ai Ministri dell’Interno Piantedosi e della Giustizia Nordio, dei vertici della Polizia, dei Carabinieri e della Guardia di Finanza, del sottosegretario agli Interni Ferro e di molti addetti ai lavori in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico 2026 della Scuola Interforze di Polizia, diretta da Massimo Modeo. In quella circostanza ho riscontrato grande consapevolezza tra i presenti relativamente al fatto che viviamo in un’epoca in cui la percezione della realtà vale più della realtà stessa. Esiste, infatti, la realtà così com’è, la realtà così come viene rappresentata e la realtà così come viene percepita.

La premier sa molto bene che accanto al tema della sicurezza percepita e della sua differenza con la sicurezza reale, ovvero accanto al gap che si registra tra le evidenze empiriche sugli episodi criminosi maturati in un determinato lasso temporale, sui casi denunciati e accertati e la sensazione che l’opinione pubblica matura dopo l’esposizione quotidiana al racconto sui media di determinate tipologie di contenuti informativi, c’è anche il tema, certamente più delicato, dell’insicurezza percepita, categoria da considerare questa volta in relazione all’insicurezza reale.

Escludendo l’ipotesi della mancanza di sicurezza nel nostro Paese, poiché sarebbe un’ipotesi frutto solo di forzature e di distorsioni ideologiche, resta da indagare il discrimine esistente tra sicurezza e insicurezza percepita. La percezione di insicurezza non solo non avrebbe ragione di esistere, visti i dati a disposizione di studiosi e analisti sull’andamento dei reati in valore relativo e assoluto, tuttavia qualora fosse enfatizzata costituirebbe un grave limite nella costruzione e nella gestione della relazione fiduciaria tra lo Stato e i cittadini. Tecnicamente, è molto meglio lavorare per accrescere la percezione di sicurezza che contrastare, specie in assenza di ragionamenti sistematici, la generica percezione di insicurezza, nonostante si tratti, evidentemente, di dinamiche correlate tra loro e sviluppatesi ad esito di situazioni contingenti.

La sicurezza è quella condizione che ci rende (o che ci fa sentire) esenti dai pericoli, che poi sono l’altra faccia del ragionamento. Più si avverte la loro presenza, più tendiamo ad avere paura di essere o di diventare vulnerabili.

È anche questo il motivo che ci porta a far coincidere l’idea di sicurezza con la possibilità di eliminare gran parte dei rischi, potenziali o reali che siano. I latini scelsero due sole parole per definire la sicurezza: sine cura. Ovvero, senza preoccupazione. In fondo, è questo ciò che noi cittadini chiediamo allo Stato e ai nostri simili: vivere senza troppe preoccupazioni e, quindi, vivere in modo sicuro.

La sicurezza non si fonda solo sulla repressione. Al contrario, trova la sua legittimazione anzitutto nella prevenzione e, dunque, nella capacità di eliminazione parziale o totale dei danni e dei pericoli possibili e probabili.

Alla base c’è sempre e comunque il combinato disposto di prevenzione e repressione. La seconda, talvolta, è al servizio della prima, dovendo il sistema preposto all’accertamento delle responsabilità individuali innescare meccanismi di erogazione di sanzioni giuridiche e sociali che siano di monito agli altri, che coltivino, cioè, il proprio valore simbolico e non solo quello sostanziale.

È questo il motivo per cui la sicurezza non può non accompagnarsi ad un uso oculato e responsabile della giustizia. Se nell’esercizio della giurisdizione, ovviamente nell’ambito della piena tutela dei diritti di indagati ed imputati, si usano due pesi e due misure si vanifica tutto ciò che viene pianificato per migliorare la condizione di vita dei cittadini in sede di sicurezza.

Il riferimento in questo caso è al fatto che ci sono autori di reati, alcuni dei quali compiuti ai danni proprio delle forze dell’ordine, che possono godere di capi di imputazione e trattamenti, certamente previsti dalla legge in base a specifiche logiche interpretative, ma che finiscono per attenuare l’efficacia dei provvedimenti decisi dal potere esecutivo al fine di ridurre anzitutto la presenza di rischi in materia di ordine pubblico. Di converso, si registra la mano ferma, anche nell’inquadramento giuridico delle varie fattispecie di reato, quando l’accertamento delle responsabilità individuali riguarda esponenti delle forze dell’ordine o lavoratori della sicurezza, anche in ambito privato. Senza giustizia non c’è sicurezza e senza sicurezza la giustizia dovrebbe aumentare le direttrici di marcia verso cui procedere per garantire alla società il minimo delle condizioni indispensabili a garantire una civile e pacifica convivenza, a tutelare diritti e far osservare doveri. Senza equilibrio tra le due componenti sarebbe, insomma, tutto e solo «giurisdizionabile» con le contraddizioni che abbiamo accertato.

Definito il concetto di sicurezza e chiarita la correlazione esistente con la giustizia, aggiungiamo infine un altro elemento: la legalità. Questa parola corrisponde alla necessità che l’agire degli esseri umani sia conforme alla legge, ovvero al complesso di norme e disposizioni che vengono emanate per regolamentare i comportamenti degli individui nei diversi contesti, macro e micro sociali. Le norme ci comunicano due cose: cosa possiamo e cosa non possiamo fare; a quali conseguenze andiamo incontro se commettiamo qualcosa che non avremmo potuto fare o a qualcosa che effettivamente rappresenta un illecito.

La cultura della legalità, che significa soprattutto rispetto delle regole, si impara fin da bambini. I primi modelli da seguire per imparare a crescere secondo la cultura della legalità, vanno individuati dunque nella famiglia e nella scuola, nelle cosiddette «agenzie educative». Educare alle regole, ai valori, indurre al comportamento corretto con gli altri. Nelle scuole da un po’ di tempo sono entrati programmi educativi finalizzati a spiegare l’importanza della cultura della sicurezza, della legalità e della giustizia.

È il trinomio la strada da seguire. Per cambiare lo stato dell’arte e allineare la realtà percepita a quella reale occorre garantire una visione di sistema che non sottovaluti alcuni dei tre elementi. Di più. Occorre traslare il significato di ciascuno degli ambiti appena descritti nell’altro, per portare avanti una visione che, oltre ad essere diacronica, deve essere anche sincronica.

Intorno a questi presupposti e nell’ottica di perseguire tali obiettivi, è auspicabile che si raggiunga un’intesa, pur nella diversificazione dei ruoli e delle strategie politiche, tra maggioranza e opposizione. La posta in palio è molto alta ed ha a che fare con il presente e il futuro dello Stato di diritto e con l’idea stessa della giustizia.

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