la riflessione
Con la guerra russo-ucraina pensiero pigro e regole Ue su migranti e politica estera
Stereotipi declamatori su sovranità, patria, pace, guerra e interesse nazionale iniettano nel dibattito pubblico dosi di proselitismo settario e sterilmente polarizzato
Stereotipi declamatori su sovranità, patria, pace, guerra e interesse nazionale iniettano nel dibattito pubblico dosi di proselitismo settario e sterilmente polarizzato: lontani dalla recta ratio, producono pensiero pigro, fantasie consolatorie, organiche accademie, incantate tifoserie, sopraffazione mascherata, parole lustre dal senso dubbio. L’esempio è fornito dalla National Security Strategy 2025, con cui gli Stati Uniti aggiornano la dottrina Monroe di due secoli prima con l’obiettivo di mettere fine all’Europa filo americana: un sogno da sempre perseguito dalla Russia sovietica-putiniana e dalla dittatura cinese, desiderose di creare fratture tra le due sponde dell’Atlantico, indebolire l’UE e rafforzarsi nel confronto con gli USA a loro volta isolati.
Ma, nel clima torbido del disordine mediatico e dei deliri collettivi, queste attitudini marciano bene anche al di qua dell’Oceano. Dove patrioti sovranisti (ora al potere) e corporative opposizioni (ex potenti a corto di idee e di consenso) si danno la mano in una psicoanalitica coazione a ripetere. I Consigli europei dell’8 e del 19 dicembre 2025 sono lì a certificarlo.
Il primo ha riguardato l’immigrazione, rispetto alla quale i 27 Ministri degli Interni dell’UE sono intervenuti sull’ambigua nozione dei Paesi di origine sicuri (POS): lo hanno fatto estendendo le ipotesi di utilizzo ad accordi con Stati extra-UE, i quali potranno trattare domande di asilo di stranieri che aspirano a entrare in Europa. E senza per questo escludere riserve ed eccezioni, tali da consentire l’inserimento nella lista dei POS di Stati terzi che, per porzioni del loro territorio e specifiche categorie di persone, presentano elementi di insicurezza. In pratica, un modo per bypassare la giurisprudenza euro-comunitaria e porre un sigillo al Protocollo Italia-Albania del 2023 la cui disciplina, tuttavia, è nel frattempo cambiata ad opera del Governo Meloni: alla luce di disastrosi risultati e decisioni giudiziarie, ha trasformato le strutture di Shëngjin e Gjadër in centri di permanenza e per il rimpatrio (CPR), in modo da poter trasferire migranti già trattenuti nella penisola e non necessariamente provenienti da Paesi sicuri. Come a dire, avevamo scherzato.
Uno scherzo piuttosto costoso e, sino ad ora, per nulla efficiente: da quando sono operativi, i CPR albanesi hanno in media ospitato 40 migranti, a fronte di una capacità di 3.000 posti. Poco importa, sembra affermare il Consiglio dell’8 dicembre, il quale arricchisce la strategia migratoria dell’Unione con l’inutile rituale della cosiddetta solidarietà europea: ai Paesi membri di primo approdo (Italia, Spagna, Grecia e Cipro) saranno garantiti 21 mila ricollocamenti o 420 milioni di euro di contributi finanziari.
La scena si ripete in seno al Consiglio dei Capi di Stato e di Governo del 18-19 dicembre 2025. All’ordine del giorno gli euro da consegnare all’Ucraina per difendersi dalla Russia ed evitare il default. I leader europei ne raccolgono 90 miliardi: consegnati sotto forma di prestito, vengono fuori dal mercato e con la garanzia del budget dell’Unione. È debito comune, dichiarano alcuni. Non esattamente, replica chi si è letto attentamente le carte dalle quali spunta la fantasmagorica categoria del free rider o passeggero non pagante: titolo non per nulla riconosciuto a Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia, decisivi nel negoziato notturno. Orbán e sodali patrioti ottengono così due risultati: acconsentono che la decisione del prestito venga presa dall’UE, ma a condizione di tirarsene fuori; allontanano l’idea di utilizzare asset e beni russi, rimasti per ora congelati nei forzieri europei-occidentali. In lingua diplomatica questa soluzione si chiama opt-out. In sintassi chiara e leggibile è la via preferita dal Regno Unito dai tempi di Margaret Thatcher e fino a quando era nell’UE: «dopo Brexit quel ruolo spetta a noi», ha non a caso tuonato l’autocrate ungherese dopo aver spiegato i benefici della «democrazia illiberale». Una contraddizione in termini, ma non per lui e altri sovranisti-populisti, compresi Trump e l’astro nascente J.D. Vance, dietro i quali si annida il disegno disgregatore del «gran reset dell’Unione europea», ora valorizzato da nuove figure come lo slovacco Fico e il Premier ceco Andrej Babiš. E questo mentre annualmente i singoli Stati dell’UE spendono 23 miliardi di euro in armamenti, acquistati per una buona parte proprio dagli USA. Tafazzi ne sarebbe entusiasta.
Tanto più che l’assenza di un’unica politica estera e di un solo esercito europeo condanna l’Unione e i suoi Paesi all’irrilevanza sullo scacchiere mondiale, nonostante una spesa complessiva in armi pari a 547,5 miliardi, quindi superiore del 18% a quella della Russia. Un altro capolavoro di efficienza economica e strategica, cui si è prontamente allineata la Commissione guidata da Ursula von der Leyen. Che, pur di avere il lasciapassare orbaniano all’avvio dei negoziati per l’adesione di Kiev all’UE, si è impegnata a scongelare i miliardi bloccati all’Ungheria per violazione dello stato di diritto.
Povera Europa, verrebbe da dire, se non fosse che simili boutades aiutano a spiegare anche le italiche sventure. Basti dire di quelle declamate dal gestore della Terza Camera della Repubblica radiotelevisiva che, riconoscendo a se stesso la prudenza necessaria «per evitare accuse di melonismo», non può fare a meno di accordare «al Presidente del Consiglio il merito di aver compiuto un capolavoro diplomatico». Il solito canto anestetico che, strimpellato da musicanti dal monotono spartito, riversano effetti ilari su discorsi terribilmente seri.