il caso

La vicenda Al Masri e l’eterna confusione tra penale e politico

Giovanni Zaccaro

La a incapacità, nella narrazione pubblica, di distinguere i due piani ha creato, negli anni, quello che viene definito conflitto fra politica e magistratura, altro che le tesi dei complotti delle toghe

Bruno Vespa, con una prosa convincente da giornalista di razza qual è, ha trovato un’altra prova della sua tesi sul complotto della magistratura contro il governo. Evoca a tale proposito la surreale (per lui) esclusione della Presidente Meloni dalla richiesta di rinvio a giudizio per la vicenda Al Masri, che ha invece visto coinvolti i ministri Nordio e Piantedosi.

La foga polemica lascia però sullo sfondo i fatti, fino a farli scomparire .Proviamo a metterli in fila. Al Masri, generale libico, è accusato da più fonti di essere torturatore e stupratore di uomini e donne, che - dopo la lunga traversata del deserto- vengono imprigionati in Libia per evitare che si mettano su una caretta del mare, per attraversare il Mediterraneo ed arrivare nella agognata Europa. Si tratta di crimini contro l’umanità. Ed infatti Al Masri è ricercato dalla Corte penale internazionale. La Corte giudica proprio questi crimini e gli Stati aderenti (fra cui l’Italia, la Corte è nata addirittura a Roma) le hanno trasferito la propria sovranità su questi temi.

Al Masri è stato arrestato dalla polizia italiana (era nel nostro Paese per vedere una partita di calcio) in esecuzione dell’ordine di cattura della Corte. Il Governo italiano, tuttavia, non l’ha consegnato a chi ne aveva ordinato la cattura, ma l’ha rimandato in Libia, su un aereo di Stato.

Da qui le accuse, nei confronti dei Ministri competenti, di favoreggiamento (perché avrebbero aiutato un ricercato), di omissione di atti di ufficio (perché non avrebbero fatto il dovuto, ossia consegnare il ricercato alla Corte), di peculato (per avere usato un aereo di Stato per uso non consentito). Il pure sempre attento Vespa non si interroga però sulla fondatezza di tali accuse, né se i Ministri si siano comportati così per «tutelare» un «amico» del nostro Paese o per evitare che ancora maggiori flussi di disperati cerchino di sbarcare in Europa. Del resto, se il Parlamento non lo impedirà, le accuse saranno vagliate in un tribunale nel contraddittorio fra chi accusa e chi si difende. Vespa trova invece «sconvolgente» che non sia stata accusata anche la Presidente Meloni, che notoriamente studia e valuta tutte le questioni del suo Governo, anche le più piccole. Siccome studia e sa tutto, non poteva non sapere quel che facevano i suoi ministri ed andrebbe processata anche lei. Da qui la prova del «complotto»: i giudici non hanno avuto il «coraggio di sputtanare» (così il Vespa) la Presidente e se la sono presa solo con i pesci piccoli.

Ma qui sbaglia Vespa, così come hanno sempre sbagliato lui ed i suoi colleghi nel raccontare i processi penali a carico dei politici. Confonde la responsabilità penale (di chi materialmente commette i reati) con la responsabilità politica (di chi governa). Confonde la prova penale, che deve essere al di là di ogni ragionevole dubbio, con l’argomento politico o storico (non poteva non sapere). Sono cose invece da tenere distinte: sulle prime giudicano i magistrati, nel rispetto delle leggi; sulle seconde giudicano gli elettori, quando votano.

Proprio la incapacità, nella narrazione pubblica, di distinguere i due piani ha creato, negli anni, quello che viene definito conflitto fra politica e magistratura, altro che le tesi dei complotti delle toghe, che - come il calcio mercato- servono a riempire le cronache estive.

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