L'analisi

A Taranto l’inquinamento uccide... come le mafie, ma non è danno collaterale

Valentina Petrini

Alla mafia serve la povertà e Taranto ne ha sempre avuta tanta. I poveri sono manovalanza e cavie. Ma a dar vita ai quartieri «ghetto» in cui sono confinati poveri e criminali non è stata la mafia, bensì lo Stato. È la realtà di Taranto. Non da oggi e non se l’Ilva chiuderà (non accadrà, nessun partito né rappresentante delle istituzioni è per la chiusura, quindi perché ipotizzarlo?).

Nel 1958 quando la città dei due mari ha vinto la contesa con Salerno per ospitare il IV centro siderurgico d’Italia, Taranto aveva fame. Prima la crisi della Marina Militare e dell’Arsenale. Poi quella dei Cantieri navali Franco Tosi. Aldo Moro definì l’Italsider il riscatto del Mezzogiorno. Moro, quando l’Italsider mollò gli ormeggi, annunciò 50mila posti di lavoro in 20 anni. Quel Polo «darà i suoi frutti» promise il presidente della Repubblica Saragat «lavoro, ricchezza, benessere». E ancora: «Quella fabbrica metterà fine al divario tra Nord e Sud».

Non è andata così. Taranto ha fame anche oggi. Ed è questa fame ad averla resa ricattabile. Dallo Stato e dalle mafie. A Taranto e in tutte le città industriali del Sud Italia, intorno alle grandi fabbriche c’è il deserto. Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Piuttosto sull’allarme mafie a Taranto che certamente esiste ma - leggo - viene messo in relazione al rischio chiusura Ilva. Ogni volta che la vertenza si riaccende e il rischio chiusura di paventa, di colpo ogni male sociale è ricondotto al futuro dell’acciaio. Tutto dipende inesorabilmente dal futuro del siderurgico: la sostenibilità, le bonifiche, la tenuta sociale, l’occupazione e poi la nuova ferrovia, l’università, l’aeroporto, financo la felicità. Se chiude l’ex Ilva viene giù tutto. E torna pure la mafia. Non so quando quest’ultima se ne sia andata. So però che c’è sempre stata.

Tra gli anni ‘70 e ‘80 la presenza mafiosa ebbe a Taranto il suo apice. Proprio lo stesso periodo in cui si decise il raddoppio dell’Italsider (1971). E a raddoppio completato: «A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, nella città dell’allora Italsider, è in corso una guerra. La mafia è in subbuglio» (Francesco Casula, ilfattoquotidiano.it). «Taranto è l’anti-Gomorra» (Stefano Maria Bianchi, giornalista Rai). «È la Taranto in cui ormai imperversa la guerra di mala» (Nicolangelo Ghizzardi, ex pm autore insieme a Arturo Guastella di Taranto, tra pistole e ciminiere).

La faida tra le famiglie mafiose tarantine tra il 1989-1991 fa oltre 160 morti, e gli affari di queste con la fabbrica di Stato non sono un mistero, anzi. Sono documentate le infiltrazioni nel siderurgico di Stato (Giovambattista Tedesco, capoturno della vigilanza Ilva, ucciso a nel 1989 per la sua tenace opposizione alle infiltrazioni mafiose nel Quarto Centro Siderurgico). Tanti agguati avvengono nel quartiere Tamburi. Muoiono ammazzati non solo esponenti della mafia ionica, anche vittime innocenti e servitori dello Stato.

Nell’estate del 1989 mentre arriva papa Giovanni Paolo II, al quartiere Tamburi un’autobomba esplode sotto l’abitazione di Claudio Modeo. Prostituzione, bische, contrabbando, estorsioni, appalti, droga. Erano gli anni dell’eroina, forse in futuro saranno quelli del fentanyl, durante la pandemia è tornato il crack. Ed è andata avanti così sempre. Tra il 2014 e il 2017 la Direzione distrettuale antimafia di Lecce e la Procura ionica hanno messo a segno decine di operazioni: Alias, Città nostra, Feudo, Pontefice, Undertaker, Sangue Blu, Game Over, Impresa, Fisheye, Duomo, Neve Tarantina, The old, Kinnamos, No one, Infame, Zar, Terra nostra, Mercatino. Le crisi economiche accentuano certamente la possibilità delle famiglie criminali di creare disordine per spartirsi il territorio e le zone di spaccio, ma Taranto non rischia di passare dall’acciaio al piombo ora, a causa della chiusura dell’ex Ilva.

Taranto è la città dell’extraterritorialità, come scriveva Alessandro Leogrande: dove tutte le decisioni vengono prese fuori e tutte le conseguenze subite dentro. Per le mafie fare i propri affari è sempre stato possibile con e senza Ilva, dentro e fuori l’Ilva.

Non so se c’è un legame tra la violenta sparatoria che ha lasciato per terra due morti e due feriti il 17 luglio scorso a Tamburi e l’attuale crisi del siderurgico. Non credo. È tempo però - secondo me - di finirla di mescolare i temi, le emergenze sociali. Il futuro della siderurgia non può essere deciso in funzione di altre emergenze, tutte importanti, che però richiedono analisi e risposte dedicate. Perché accade sempre che alla fine i partiti usano l’emergenza mafie, disoccupazione, tenuta sociale, PIL italiano, per relegare a «danno collaterale» la questione ambientale.

Basta, non se ne può più. Ci dicano come si risolve l'emergenza ambientale, come si azzera il rischio sanitario derivante dalle emissioni inquinanti. A Taranto l’inquinamento uccide gli esseri umani, il progresso, genera lavoro che avvelena e non sfama nemmeno. È un cancro, come le mafie.

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