L'analisi

A Taranto non basta un’amministrazione, serve una «direzione»

Biagio Marzo

Siamo alle battute conclusive di una campagna elettorale atipica. Troppe le giravolte, troppi i tatticismi consumati tra il primo turno e gli apparentamenti

Siamo alle battute conclusive di una campagna elettorale atipica. Troppe le giravolte, troppi i tatticismi consumati tra il primo turno e gli apparentamenti. L’8 e 9 giugno si voterà per il ballottaggio, ma l’aria che si respira è rarefatta: più che di politica, si parla di contabilità. A dominare è la matematica degli schieramenti, non alla forza delle idee. Un conto alla rovescia povero di contenuti, privo di visioni forti, incapace di indicare un futuro reale alla città.

L’unico apparentamento formale è quello siglato da Francesco Tacente, arrivato secondo al primo turno con il 26,14%, con Fratelli d’Italia e Forza Italia, i partiti che avevano sostenuto Luca Lazzaro (19,4%). Non si tratta, però, di un’alleanza fondata su un progetto comune: è la somma aritmetica dei voti che prevale sulla coerenza politica e sulla prospettiva strategica. La politica come pensiero lungo lascia spazio alla geometria del potere. Piero Bitetti, forte del 37,39% ottenuto al primo turno, ha tentato - invano - di chiudere un accordo con il Movimento 5 Stelle. Ma i negoziati si sono arenati per una ragione sostanziale: il «continuismo» percepito nel profilo del candidato sindaco e in molti esponenti delle sue liste, ritenuti troppo legati alla gestione passata e presente della cosa pubblica tarantina. Nessuna reale discontinuità, nessuna cesura col passato: i 5 Stelle hanno quindi detto «no». E Bitetti, forse nel tentativo estremo di trovare un’intesa, si è spinto oltre, avanzando concessioni che hanno messo in discussione gli interessi politici e la tenuta identitaria del Partito Democratico, asse portante della sua coalizione. I pentastellati, con AnnaGrazia Angolano - forte di un lusinghiero 10,9% -hanno scelto l’autonomia. Nessuna poltrona, nessun accordo di vertice. Un rifiuto pesante. Eppure, un paradosso aleggia: il Movimento 5 Stelle potrebbe non restare neutrale. Nessun apparentamento ufficiale, certo, ma una possibile indicazione di voto per Bitetti potrebbe arrivare, con l’obiettivo di arginare la destra. Nessun via libera esplicito, ma nemmeno astensione. Una posizione fluida che lascia aperti scenari interessanti in prospettiva regionale: se in Campania i 5 Stelle correranno con un proprio candidato, in Puglia, con ogni probabilità, dovranno convergere sul nome espresso dal Pd. Ma questa, per ora, è un’altra partita.

Intanto, Tacente si presenta al ballottaggio sostenuto dalle sue liste civiche e dai partiti della maggioranza nazionale. Un sostegno che, però, poggia su numeri tutt’altro che entusiasmanti: FdI si è fermata all’8,61%, FI al 5,22%, grazie anche al traino del consigliere regionale Massimo Di Cuia. Assente la Lega, che ha optato per una cifra civica, scegliendo candidati più vicini alla figura del «citoyen» che a quella del militante. Una coalizione a trazione ministeriale, dunque, ma senza reale presa popolare. Il problema, come si dice, sta nel manico: l’alleanza è il frutto di un vuoto politico, non di una strategia solida. Colpevole di tutto una classe politica fuori sede non a misura dei problemi «cataldiani».

Bitetti, dal canto suo, ha potuto contare sull’appoggio del governo regionale. Un sostegno che ha dato forza alla coalizione, ma non necessariamente alla sua figura. Il suo è un consenso ampio ma fragile, ancora tutto da verificare nelle urne. Visto che al primo turno la coalizione ha superato i voti di preferenza del candidato sindaco. Sul fondo - ed è questo l’elemento più preoccupante - resta assente dal dibattito il vero nodo: Taranto. Una città ferita, disillusa, messa in ginocchio da una crisi endemica e aggravata dal declino dell’ex Ilva, oggi in stato di disarmo. Non sarà l’elezione di un sindaco a risolvere i mali strutturali della città. Serve qualcosa di più: un patto forte, serio, concreto e bipartisan. Un’alleanza vera, tra vincitore e vinto, tra forze politiche e società civile.

Taranto non può continuare a essere il campo di Agramante in cui si consuma uno scontro sterile tra poteri esogeni e un Consiglio comunale di 32 membri ridotti al silenzio, nella parte muta dei convitati di pietra. Davanti a questo rischio, serve un gesto di responsabilità. Un atto politico alto, che restituisca alla città non solo un’amministrazione, ma finalmente una direzione. E una speranza.

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