L'analisi
Quell’Euro-piazza delle finte colombe così utile ai falchi
Ci saranno quelli che approvano il piano di riarmo di Ursula Von der Leyen. Quelli che le armi sì, ci possono stare, ma non agli Stati nazionali bensì all’Unione. E quelli, infine, che le armi non le vogliono ma scenderanno in strada con le bandiere del continente che si arma fino ai denti
Ci saranno quelli che approvano il piano di riarmo di Ursula Von der Leyen. Quelli che le armi sì, ci possono stare, ma non agli Stati nazionali bensì all’Unione. E quelli, infine, che le armi non le vogliono affatto ma scenderanno in strada con le bandiere del continente che si arma fino ai denti. A spese (anche) loro. Benvenuti nella piazza delle meraviglie, convocata dal giornalista Michele Serra dalle colonne di Repubblica, al grido «o si fa l’Europa o si muore», salvo aggiungere poco dopo: «Spero che i partecipanti si sopportino fra loro».
Al netto di tutti i distinguo, a cementare la piazza è quasi esclusivamente l’odio verso Trump e Putin, nonché il desiderio di vedere una Europa forte, unita, protagonista. La piazza «nutre» l’Ue, la rilancia, c’è poco da ricamare. È un bene? Per rispondere basterebbe vedere cosa è stata l’Unione finora: una finta consorteria plurale, tenuta in pugno da un gruppetto di falchi fanatici. È stato così per l’economia con quell’austerità che ha portato la Grecia nel baratro della catastrofe umanitaria (salvo pentimenti dell’ultima ora a favor di elezioni). È stato così per l’ecologia, con quel Green Deal che sta avendo come unico effetto la distruzione comparto dell’auto (e dei suoi lavoratori). È così per la politica estera e militare. Appena Donald Trump, sconfessando l’approccio guerrafondaio del suo predecessore, si è mobilitato per il cessate il fuoco contattando Putin e tentando di mettere in riga Zelensky, immediatamente l’Ue ha fatto la sua mossa con una coppia d’assi: la «pace giusta», cioè quella, per la prima volta nella storia, decisa dai perdenti e non dal vincitore. E soprattutto la certezza che Putin - lo zar «azzoppato» che proprio loro davano per malato, sconfitto, sopraffatto dalla controffensiva ucraina - voglia andarsi a bere un caffè a Lisbona, invadendo l’Europa. Una supercazzola, naturalmente. Putin non ne ha né la forza né, soprattutto, la volontà, avendo da sempre come obiettivo, quasi un’ossessione, impedire l’ingresso di Ucraina e Georgia nella Nato, nonché tutelare le minoranze russofone delle due nazioni. Stop. È piuttosto l’Europa a tentare di far sopravvivere l’antico piano dei «neoconservatori» americani - già seguito da Biden e ora preso in carico da Bruxelles - di spingere la Russia al conflitto permanente. Per fiaccarla, sconfiggerla, far cadere Putin e smembrare la Federazione in tanti piccoli staterelli irrilevanti dal punto di vista energetico e nucleare. Lo ha chiarito, a favor di camera, l’estone Kaja Kallas, la lady Pesc di Bruxelles. Un’altra fanatica, autorevole interprete dello spirito che anima inglesi, polacchi e baltici. Gente che se potesse raderebbe al suolo Mosca domani mattina.
E così ci si arma con 800 miliardi per proteggerci da una Russia che non ci vuole attaccare ma che noi vogliamo distruggere. I partiti balbettano, ma alcuni intellettuali sono già in prima linea. Non solo l’euro-chiamata di Serra, ma anche la dolente ammissione dello scrittore Antonio Scurati che dopo averci triturato i neuroni per anni con gli orrori del fascismo manesco e bellicoso, rimpiange la scomparsa del guerriero. Lo segue a ruota il filosofo Umberto Galimberti tuonando dal divano contro «la pace che intorpidisce». E già qualcuno propone la leva europea.
La verità è che l’Europa, vero e proprio non-luogo di impazzimento, ha la capacità, per così dire, di far detonare il pensiero progressista, di radicalizzarlo al punto da trasformarlo nel suo contrario. Erano antifascisti, da anni fanno il tifo per i neonazisti del battaglione Azov. Erano i cantori della Silicon Valley, ora strepitano contro l’influenza dei tecno-miliardari. Non facevano che parlare di patriarcato, asterischi, schwa, uomini con la gonna, ora si domandano dove siano finiti i guerrieri. Miracoli dell’odio ideologico. Un po’ come la Tesla di Fratoianni e Piccolotti, acquistata per 47mila euro («è costata anche poco») quando era un vessillo da fighetti green e già pronta per la vendita ora che Elon Musk si è sfilato dalla corte di Biden per accasarsi da Trump. Nulla ha valore in sé, né le idee né le macchine, e tutto si deve ricondurre al sistema operativo del politicamente corretto, in continuo aggiornamento. A questo punto, suggeriremmo al ministro Matteo Salvini di far dire a Trump e Putin che il Ponte sullo Stretto è pericoloso e serve solo alla mafia. Se ci riuscisse, il giorno dopo Serra, Scurati e tutta l’intellighenzia italiana si radunerebbero con cazzuole e picconi per costruire una campata unica da Villa San Giovanni a Tunisi.
In questo delirio di sbandamenti, distinguo e mattane varie, prende corpo la piazza delle colombe finte che fanno il gioco dei falchi veri e dei loro missili. «O si fa l’Europa o si muore», dicono. Purché non si muoia perché si è fatta l’Europa.