L'analisi
Ma chi siamo noi? Le incognite profonde della piazza pro-Ue
«Europa». Basta la parola. Lo EU pride che Michele Serra ha lanciato disteso sulla sua «amaca» pare non abbia bisogno di precisazioni riguardo al costrutto politico-istituzionale che i manifestanti saranno chiamati a difendere il 15 marzo
«Europa». Basta la parola. Lo EU pride che Michele Serra ha lanciato disteso sulla sua «amaca» pare non abbia bisogno di precisazioni riguardo al costrutto politico-istituzionale che i manifestanti saranno chiamati a difendere il 15 marzo. Eppure, a prescindere dall’ordine del giorno scatenante (la questione ucraina e il nuovo asse Trump-Putin), l’evento mette in gioco la nostra identità costituzionale, stretta tra le vaghe stelle dell’Ue e il patto repubblicano del 1948.
Sul punto, l’incertezza regna sovrana e le parole del Presidente Mattarella pronunciate qualche tempo fa all’Università di Aix-Marseille ne sono la cartina al tornasole. Non ci riferiamo alla discussa equazione tra Russia e Terzo Reich. Ben più rilevante ci sembra la sua narrazione del frangente storico d’inizio Novecento. Sostiene Mattarella: «La crisi economica mondiale del 1929 scosse le basi dell’economia globale e alimentò una spirale di protezionismo, di misure unilaterali, con il progressivo erodersi delle alleanze. La libertà dei commerci è sempre stata un elemento di intesa e incontro… Fenomeni di carattere autoritario presero il sopravvento in alcuni Paesi, attratti dalla favola che regimi dispotici e illiberali fossero più efficaci nella tutela degli interessi nazionali». È chiaro che dentro il quadro disegnato dal Presidente c’è posto solo per due assetti alternativi: la «libertà dei commerci» e il protezionismo dispotico. Il bene e il male. In questa tenaglia non c’è spazio per la nostra Carta che, invece, nasce in contrapposizione a entrambi i poli.
Il patto repubblicano si erge su due traumi. Il primo è esplicito: il fascismo (e la guerra conseguente). Il secondo è implicito e più remoto: la devastazione sociale ed economica provocata dall’ottocentesco «mercato auto-regolato», in particolare dalla mercificazione dei fattori di produzione (lavoro, natura, moneta), i cui esiti distruttivi emergono a inizio Novecento. È in questo frangente che, a partire dalle prime misure di «auto-difesa della società», si manifesta quella rivoluzione copernicana in seno alla modernità che Polanyi ha chiamato «grande trasformazione« e che coincide con la riassunzione in capo alle collettività umane (per il tramite delle pubbliche istituzioni) delle leve dell’ordine sociale ed economico, fino ad allora affidate agli automatismi della «libertà dei commerci». Si passa cioè dalla primazia dello «scambio di mercato» ad una forma di integrazione fondata sul principio politico di «redistribuzione». Dentro questa nuova cornice regolativa generale si ri-articola completamente la lotta politica tra movimenti socialisti e forze della conservazione. Le classi subalterne scoprono che la loro esistenza non deve necessariamente dipendere dall’alea di mercato, ma che esse possono provvedere in maniera autonoma alla costruzione dell’ordine, secondo criteri di giustizia collettivamente deliberati.
Di fronte al nuovo protagonismo politico delle masse, sbrigliato dalla crisi del mercato auto-regolato, il capitale reagisce scommettendo il tutto per tutto sui leader autoritari. Non è un caso, come ben illustra Clara Mattei, che sia stato proprio il regime fascista, nella sua prima fase, a ripristinare gli assetti regolativi liberali minati dalla Prima guerra mondiale (ciò per dire che «bene e male» non erano poi così avversari). La Costituzione italiana s’inserisce pienamente nel ciclo della «grande trasformazione». La discriminante anti-fascista, sul piano dei valori sociali e del «sistema politico» (democrazia versus dittatura), è preceduta da una discriminante «regolativa» anti-mercatista. Questa attraversa l’intero impianto costituzionale, laddove il mercato è ammesso solo se e nella misura in cui risulta strumentale al perseguimento politico di obiettivi di giustizia sociale: l’esatto opposto della dottrina ordoliberale alla base dell’Ue.
Emblematico, in questo senso, è l’articolo uno: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Il fattore lavoro viene cioè solennemente sottratto allo statuto di «merce» assegnatogli dal regime di «libertà dei commerci». Il suo valore non è definito dal mercato ma commisurato alla dignità della persona. Esso non è più nemmeno un fattore produttivo, ma l’anello di congiunzione tra i diritti del singolo e i suoi doveri verso la comunità.
Comunque la si pensi, le parole di Mattarella esprimono al massimo livello una mutazione istituzionale lungamente incubata, con la quale occorre fare presto i conti, poiché, parafrasando Durkheim, non c’è nulla di peggio di una società dalla «coscienza collettiva» incerta e contraddittoria. In queste condizioni, le chiamate alle armi, come quella del 15 marzo, invece che consentire ai cittadini di santificare i cardini del proprio percorso comune, rischiano di fomentare ulteriore divisione e risentimento reciproco.