il fenomeno

Ragazzi vittime del web, è allarme isolamento sociale

Filippo Santigliano

Alberto Pellai, medico-psicoterapeuta e scrittore: «L’empatia sta scomparendo. Adulti, riportateli nel mondo reale»

Alberto Pellai, medico-psicoterapeuta e scrittore, e Barbara Tamborini, psicopedagogista e scrittrice, terranno domenica una conferenza nazionale a Vico del Gargano, alle 19.30, nell’auditorium Lanzetta. L’incontro pubblico, con ingresso gratuito, sarà incentrato sull’isolamento e i profondi disagi vissuti da pre-adolescenti e adolescenti. L’evento si terrà nell’ambito del Festival del Teatro Popolare.

Abbiamo intervistato Alberto Pellai, che a Vico presenterà il saggio scritto a quattro mani con Barbara Tamborini intitolato «Esci da quella stanza».

Il termine giapponese «hikikomori» descrive il fenomeno del «ritiro sociale» degli adolescenti che si autoisolano nelle loro stanze, vivendo una vita virtuale sui social, senza relazioni con gli altri nel mondo reale. Quali sono i numeri di questo problema in Italia?

«Il problema del ritiro sociale è un tema nuovissimo, per questo non ci sono numeri precisi ma soltanto stime sulla diffusione del fenomeno in Italia. Un dato è certo: tutti gli indicatori sulla salute mentale in età evolutiva sono peggiorati negli ultimi 15 anni. Sono completamente cambiati i comportamenti degli adolescenti e dei preadolescenti in età evolutiva. Passano moltissime ore nel mondo virtuale e questo ha cambiato le caratteristiche di crescita. Di pari passo al ritiro sociale aumentano l’ansia, la depressione, l’autolesionismo tra i più giovani. Un tempo gli adolescenti reclamavano maggiore libertà nel poter uscire e stare fuori di casa, non avevamo mai visto adolescenti litigare per restare nella propria camera».

Quando i social e gli smartphone non esistevano, in cosa la «cameretta» degli adolescenti di un tempo era diversa dalla «stanza» in cui ora tanti ragazzi decidono di condurre una vita isolata da tutti?

«È cambiato tutto: prima la camera delle nostre ragazze e dei nostri ragazzi raccontava il loro mondo attraverso segni tangibili. Disegni, poster, colori e oggetti personalizzavano le loro stanze attraverso una rappresentazione simbolica dei mondi a cui desideravano appartenere. Spesso le camere dei ragazzi erano caratterizzate dalla presenza di una chitarra o un altro strumento musicale, mentre il proprio diario era il “confidente” di un percorso di crescita fatto di aspirazioni, emozioni, stati d’animo. Tutto questo è quasi del tutto scomparso. Non ci sono più le esperienze materiali, sensoriali, i poster e gli oggetti a manifestare appartenenze, desideri e aspirazioni da portare fuori nel mondo, ora è tutto intrapsichico. È cambiata la capacità di capire come si abita la vita. Di vite ce ne sono due: una è tutta digitale e gli adulti non vi hanno accesso, non hanno il minimo spazio per costruire ponti, riferimenti, uno scambio».

Sua moglie Barbara Tamborini è psicopedagogista, insieme avete scritto «Esci da quella stanza – Come e perché riportare i nostri figli nel mondo». Con i vostri figli come avete affrontato i rischi rappresentati dall’abuso dei social, di internet e dei dispositivi digitali?

«Ci siamo impegnati per renderli capaci di autoregolarsi. In base alla loro età, abbiamo stabilito dei limiti molto stringenti all’uso dei dispositivi digitali e all’accesso sui social. Ci siamo confrontati e alleati con altre famiglie che avevano figli come i nostri. Sono cresciuti, hanno imparato a gestire nel migliore dei modi il loro rapporto con internet, smartphone e social. Hanno una vita sociale ricca di relazioni e amicizie, in famiglia, al lavoro, fuori e dentro casa, in ogni ambito della realtà, naturalmente senza rinunciare a utilizzare tutti gli strumenti e i dispositivi digitali che usiamo tutti nella vita di ogni giorno».

Nelle città, con poche differenze tra Nord e Sud, sembrano crescere gli episodi di violenza tra i giovani. Questa potrebbe essere l’altra faccia del dramma «isolamento»?

«Fin da piccolissimi si allenano a stare dentro logiche competitive violente. Stanno ore sui siti pornografici e a giocare con giochi che spesso hanno contenuti violenti. C’è una totale carenza di allenamento all’empatia, è un mondo che desensibilizza tantissimo. Immagini violente, umiliazione, denigrazione, nessuna educazione all’affettività e all’amore. La violenza viene “normalizzata”, l’empatia dimenticata».

Tutte le «agenzie educative» sono in crisi: la famiglia e la scuola su tutte, ma anche le istituzioni pubbliche che dovrebbero occuparsi di sviluppo e benessere sociale. In che modo è possibile cambiare questo stato di cose?

«È una sfida grandissima che necessita di idee e azioni concrete da attivare nei territori, dentro le comunità. Il digitale è un non-luogo gestito dalle multinazionali che spesso hanno interessi economici enormi nel renderci dipendenti dalla pornografia, dai giochi violenti, dalla pubblicità. Occorre ripristinare condizioni ambientali e sociali dove bambini, bambine, ragazze e ragazzi possano tornare dalle community virtuali alla comunità reale. Servono adulti e genitori proattivi, che aiutino i ragazzi a intessere relazioni sociali. Il mondo adulto deve imparare di nuovo a essere presente con i bambini e gli adolescenti, senza “silenziarli” e abbandonarli per pigrizia davanti a uno smartphone».

Il teatro può essere terapeutico?

«Il teatro è quell’esperienza immersiva, multisensoriale, condivisa con i corpi e con la mente, con persone reali che fanno cose vere, mettendo in moto il sistema emotivo e cognitivo, il corpo e l’anima, la quintessenza dell’umano. Il teatro è assolutamente utile e terapeutico, perché ci fa immergere nel principio di realtà e non di virtualità. Il teatro è multisensoriale, socio-relazionale. È intrattenimento, formazione, educazione, coinvolgimento attivo, scambio».

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