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Evocativa «Natura morta» nel film del regista barese Bellomo a Pesaro

Evocativa «Natura morta» nel film del regista barese Bellomo a Pesaro

Opere in gara alla 58esima mostra internazionale del nuovo cinema. E «G» di Mazzola viaggia sulle vie della memoria.

24 Giugno 2022

Massimo Causo

Fare un film è come comporre un puzzle di cui non si conosce ancora l’immagine, dice Fabrizio Bellomo in esergo alla sua Natura morta, il magnifico film di 50’ che ha presentato ieri in Concorso alla 58ma Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro. Anche qui, come nei lavori precedenti (L’albero di trasmissione, Film, Commedia all’italiana), Bellomo segue un percorso in transito tra l’happening sapientemente provocatorio, l’evocazione di un immaginario d’archivio (pubblico o privato) e il confronto con un mondo di sfondi e figure, che gli si offrono come cartine di tornasole delle dinamiche storiche e sociali alle quali inesorabilmente si interessa.

Rispetto ai suoi lavori precedenti, Natura morta ha un carico introspettivo maggiore, nasce da un dialogo con la propria memoria, che si rivolge a questo nostro mondo digitale parlando il linguaggio analogico delle immagini di una vecchia videocamera familiare: scaturigini di quel rapporto giocoso e un po’ casuale col filmare che Bellomo preserva ancora oggi e che rendono i suoi lavori così sapienti nel discorrere con il sentimento della rimozione. Non che questo sia un film più o meno «privato» di quanto fossero i precedenti: l’evocazione nel montaggio libero di frammenti apparentemente incoerenti fa emergere vecchie riprese di settimane bianche familiari o gite al mare, ma il rimando alla propria infanzia segue la logica di un attraversamento del presente in perpetuo movimento. E, in onore al sentimento del contrario che Bellomo coltiva da sempre nel suo lavoro, in questa sua Natura morta non è certo la fissità della vita ad essere esaltata, ma il movimento e, soprattutto, il suo concetto basilare: la libertà.

E allora questo è un film di fughe, come quella della pantera avvistata nelle campagne pugliesi o quella musicale del finale, che lui stesso compone e suona sui tasti di un pianoforte. Ed è un film di liberazioni. Ed è soprattutto un film che sa smuovere qualcosa di profondo nello spettatore, non perché maneggi la nostalgia, ma per come tratta la realtà: per il confronto che crea tra il senso delle cose che mostra e il dissenso che esprime (qui molto più dolce e introspettivo degli altri lavori). Un po’ come quelle immagini nere su cui scorrono i titoli di coda, catturate dalla vecchia videocamera familiare rimasta accesa per errore e per errore spenta proprio quando invece avrebbe dovuto riprendere una discesa sulla neve: un’altra corsa mancata, un altro sentimento di libertà disperso nel cuore di questo magnifico non-film.

Con le tracce della memoria lavora, del resto, anche l’altro filmmaker barese in Concorso a Pesaro, Ignazio Fabio Mazzola: il suo G è una postazione del ricordo che si esprime attraverso la soggettività dello sguardo. 18’ di camera fissa (una Mini Dv) sullo specchio d’acqua di un lago, a cogliere il silenzio del rapporto tra un padre e un figlio che pescano, tra ellissi spazio-temporali, variazioni di luminosità a filo d’acqua e suoni della natura.

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