serie b

De Laurentiis-Bari e il passo del gambero

fabrizio nitti

Il tourbillon nell’area tecnica è il segno di un progetto mai decollato

Parole, parole, parole. Indimenticabile. È la celebre canzone di Mina, in duetto con Alberto Lupo, pubblicata nel 1972. Sono quelle messe nere su bianco da Aurelio De Laurentiis nella famosa lettera recapitata ad Antonio Decaro nei giorni in cui il Bari era in cerca di una proprietà. I giorni caldi del bando che riassegnava il titolo sportivo di una società «assassinata» dalla gestione Giancaspro e quindi fallita. All’epoca, ma mai al netto delle perplessità su un «padrone» già proprietario di un club importante e di dimensione europea come il Napoli, quelle righe sembravano l’«Eldorado» calcistico per una città che aveva vissuto due fallimenti (uno, fortunatamente in corso d’opera e quindi salvando la categoria, la B) e che si preparava a vivere campionati... mai visti prima, come la serie D: «La sua vera garanzia circa la solidità dell’iniziativa, le finalità ed i tempi, caro Sig. Sindaco, così come per tutta la città di Bari, è Aurelio De Laurentiis, il quale quando ci mette la faccia, lo fa per vincere non per partecipare». Ipse dixit. Questo scrisse Aurelio De Laurentiis. Allora, non c’era motivo per non credergli. Ed in effetti i biancorossi vinsero subito il campionato di D, tutto sommato il minimo sindacale da fare all’epoca dei fatti. La tifoseria si risvegliò, il San Nicola si animava anche di 20-30mila spettatori, soprattutto nella fase finale della stagione. tutti ad accompagnare il Bari in C, il gran ritorno fra i professionisti.

Ma in C le cose non andarono subito per il verso giusto. Spareggio perso contro la Reggiana al termine del primo campionato; fuori nei playoff, eliminati dalla Feralpi Salò nella stagione successiva; sbarco in C alla fine del terzo campionato, quello firmato Polito-Mignani. Che sfiorarono la A nell’annata successiva, perdendo spareggio e serie A a pochi attimi dal fischio finale nel ritorno della finale playoff contro il Cagliari, giocata sotto una pioggia che sembrò, col senno di poi, quasi profetica. Lacrime biancorosse sparse in una notte di giugno nata per sognare.

Il problema è che da quel momento il mondo biancorosso si è fermato. Né il riferimento «quando ci mette la faccia, lo fa per vincere non per partecipare», può intendersi all’aver fatto il minimo indispensabile nei confronti di una città come Bari, tifoseria orgogliosa, passione rovente come e più di Napoli, l’altra faccia del pallone «delaurentiisiano», dove investimenti e programmazione non difettano e portano risultati e soddisfazioni. Le lancette si son fermate e il feeling con la città è ormai evaporato.

Il successivo triennio in B è stato un festival della sofferenza: nel 2023-24 la retrocessione evitata soltanto al ritorno dei playout con l’insperato blitz di Terni, nella stagione successiva la qualificazione ai playoff dilapidata nell’ultimo scellerato mese di campionato, per poi giungere all’attualità. Ovvero un torneo condotto in costante affanno, fin dalla prima giornata. Ne restano undici per evitare un capitombolo che azzererebbe il lavoro di otto anni, costringendo i Galletti a ripartire dall’inferno della C a soli due anni da un’inevitabile vendita del club, data la scadenza dell’istituto della multiproprietà fissata al 30 giugno 2028. Il consuntivo della gestione sportiva dimostra come il Bari non abbia mai trovato una quadratura di lungo corso, un management stabile e nemmeno una guida tecnica in grado di aprire un vero ciclo.

La struttura societaria probabilmente è fin troppo snella: poche le figure presenti nell’organigramma al cui vertice spicca Luigi De Laurentiis, amministratore unico, ma pur sempre neofita in un mondo che sta provando a «scalare». Basti pensare che dal 16 dicembre 2024 è vicepresidente della Lega di serie B. Alle sue spalle, di fatto si arriva direttamente all’area tecnica che da sempre avrebbe avuto bisogno di un uomo in grado di supplire alle carenze comunicative del presidente. Invece, il tourbillon ha coinvolto anche i direttori sportivi: si è partiti con il giovane Matteo Scala inizialmente affiancato dall’area «napoletana» coordinata da Cristiano Giuntoli, ma tale assetto è durato appena due tornei.

La prima rivoluzione nell’estate del 2020: Scala rientra a Napoli, il direttore sportivo diventa Giancarlo Romairone che, però, dura soltanto fino a febbraio 2021. A giugno arriva Ciro Polito che riesce a infilare tre stagioni consecutive con la promozione in B, la finale playoff persa per la A e la salvezza al playout. Quindi, tocca a Giuseppe Magalini, affiancato dal «vice» Valerio Di Cesare: un deludentissimo anno e mezzo per il dirigente veneto (playoff mancati e l’attuale crisi profondissima) che poi è rimpiazzato proprio dal suo secondo, attualmente sulla barra di comando.

Persino più turbolenta l’epopea degli allenatori: Giovanni Cornacchini ha centrato l’immediato salto dalla D alla C per poi essere rimpiazzato a settembre 2019 da Vincenzo Vivarini, in carica fino a luglio 2020. Quindi tocca a Gaetano Auteri, esonerato a febbraio 2021 e rimpiazzato da Massimo Carrera che, però, gli ricede la panchina a maggio. Michele Mignani vanta per ora la milizia più longeva: dall’estate del 2021 ad ottobre 2023, quando è esonerato a favore di Pasquale Marino. L’allenatore siciliano, però, salta nel febbraio 2024: al suo posto, è ingaggiato Giuseppe Iachini che dura soltanto fino ad aprile. La mossa della disperazione per salvarsi consegna la squadra al duo Federico Giampaolo-Vito Di Bari, promossi dal settore giovanile. Il 2024-25 vede una ritrovata stabilità con Moreno Longo che completa la stagione. Infine, si arriva all’attualità: nell’attuale torneo, Fabio Caserta guida i pugliesi fino alla 13ª giornata, Vincenzo Vivarini dura appena otto turni e da metà gennaio Moreno Longo è di nuovo sulla tolda di comando.

I numeri dell’area tecnica sono emblematici: cinque direttori sportivi, dieci allenatori, ma con ben dodici cambi di tecnico, considerando che Auteri, Vivarini e Longo sono stati richiamati in sella dopo un periodo di allontanamento. Una gestione che rappresenta lo specchio fedele di una dimensione mai davvero trovata. L’ascesa, lo slancio verso l’alto non si è realizzato. Ora, però, occorre evitare un baratro che si attesterebbe come un clamoroso passo indietro. Ma soprattutto come la sconfitta più bruciante per la famiglia De Laurentiis: il colmo per chi si definisce «vincente».

Privacy Policy Cookie Policy