il caso

Il crac delle Rsa, spunta l’ipotesi della corruzione: «Qualcuno copriva Schettino sui controlli»

massimiliano scagliarini

Dopo l’arresto dell’imprenditore brindisino per bancarotta fraudolenta a Lecce, c’è anche una inchiesta a Bari su Casa Caterina: in sette accusati di associazione per delinquere

La società che gestisce la Rsa «Casa Caterina» di Adelfia è «in stato di decozione prefallimentare» ed è finita in mano a un gruppo di persone che mette in atto «condotte maltrattanti e vessatorie realizzate in danno dei pazienti». Per questo l'altro ieri mattina, mentre la Finanza di Lecce notificava a Michele Schettino e al suo braccio destro Giovanni Vurro gli arresti domiciliari disposti dal gip Mariano per la bancarotta fraudolenta delle residenze sanitarie di San Donaci e Miggiano, la Finanza di Gioia del Colle ha eseguito sette perquisizioni in un’inchiesta parallela della Procura di Bari da cui emergono ipotesi inquietanti.

Gli indagati, oltre a Schettino e Vurro sono Antonio Novielli, 69 anni di Giovinazzo, Michele Caradonna, 51 anni di Bari, Paolo Schettino (fratello di Michele), 51 anni di Brindisi, l’avvocata Claudia Stano, 38 anni di Brindisi e Claudio Rusciano, 50 anni di Taranto. L’indagine del procuratore aggiunto Giuseppe Gatti e del pm Matteo Soave ipotizza a loro carico l’accusa di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, ai maltrattamenti, al trasferimento fraudolento di valori e alla bancarotta fraudolenta in relazione alla gestione della struttura di Adelfia. Il decreto di perquisizione eseguito ieri fa emergere la gravità della situazione all’interno di Casa Caterina, dove «vengono fatti mancare agli anziani ospiti finanche i normali mezzi di sussistenza alimentare», ma soprattutto fa balenare l’ipotesi - basata su intercettazioni telefoniche - di un qualche tipo di copertura istituzionale: ovvero all’esistenza di «condotte collusive/corruttive orientate a pilotare le eventuali visite ispettive in modo tale da non rilevare né sanzionare le carenze igienico-sanitarie della struttura». Da qui l’accusa di corruzione (che postula l’esistenza di un pubblico ufficiale corrotto).

Le due inchieste, quella di Lecce condotta dal pm Alessandro Prontera (che ha chiesto e ottenuto anche l’interdizione di altre due teste di legno di Schettino: Luigi Lucca, 66 anni, di Mola di Bari e Francesco De Marco, 54 anni, di Roma) e quella di Bari sono legate dal filo rosso del modus operandi dell’imprenditore. Da «Casa Caterina», così come avrebbe fatto per la società salentina Grs, Schettino avrebbe drenato risorse ingenti «che, invece di essere utilizzate per il pagamento dei fornitori e dei dipendenti della Rsa, sono state versate in favore di altra società» che fa capo sempre a lui, che ha costituito numerose scatole vuote e che agisce sempre dietro prestanome.

Esattamente lo stesso schema ricostruito dall’indagine di Lecce, in cui è emerso che Schettino avrebbe alleggerito di 700mila euro le casse della Grs dichiarata fallita nel 2021 con oltre 3 milioni di euro di debiti fiscali e previdenziali. Soldi prelevati in contanti, o finiti - attraverso fatture false - nelle casse di altre società di Schettino, e usati per spese personali o anche per l’acquisto di un immobile poi intestato ai figli minorenni.

Nell’interrogatorio preventivo, davanti alla gip Mariano, Schettino ha fatto scena muta ma ha depositato (al pari di Vurro) le dimissioni da tutte le cariche societarie. «Tale elemento - annota la gip nelle 130 pagine dell’ordinanza cautelare - non è idoneo da solo a scongiurare la sussistenza delle esigenze cautelari in esame», visto che «la tecnica dimissionaria è propria del sistema criminoso esaminato, in quanto le cariche sociali duravano lo spazio di un mattino». Nel Salento come ad Adelfia dove, rileva la Procura barese, l’amministrazione della società era stata affidata al prestanome nullatenente Rusciano e da ultimo è passata a un nuovo soggetto indicato sempre dal gruppo Schettino. Buona parte delle persone messe alla testa delle società risultano peraltro avere precedenti oltre a essere nullatenenti, come il romano Lucca, che risulta amministratore di due società bulgare e a Lecce ha rinunciato all’interrogatorio preventivo e ha dichiarato di vivere in auto.

Partendo dalle relazioni del curatore fallimentare della Grs la Finanza di Lecce ha ricostruito il percorso dei soldi e ha documentato, ad esempio, la sparizione di un finanziamento bancario da 200mila euro garantito dallo Stato che la società aveva ottenuto per acquistare nuovi arredi: il gip sottolinea «come De Marco, Pellicano, Vurro e Schettino si fossero ripartiti la somma di 190 mila euro, il primo ricevendo 90 mila, il secondo 43 mila, il terzo 20 mila e il quarto 37 mila: il totale corrispondeva al corrispettivo della compravendita dell’immobile di Schettino» a Carovigno. Il gip ha poi sottolineato il meccanismo usato per (non) pagare i dipendenti delle Rsa salentine, e lo stratagemma dell’amministratore che per svuotare il conto (ed evitare pignoramenti) emetteva assegni intestati a sé medesimo e li incassava. La Procura di Bari ha annotato nel decreto che anche a «Casa Caterina» i dipendenti erano in assemblea per protestare contro il mancato pagamento delgi stipendi. I finanzieri hanno sequestrato cellulari, computer e documenti nelle abitazioni e nelle sedi delle società: sperano così di ricostruire la traccia del denaro, prima che sia troppo tardi.

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