la testimonianza
Pizzo sull’appalto, l’imprenditore di San Pancrazio Salentino in aula a Brindisi: «Dai miei figli la spinta a denunciare»
In udienza, la difesa del presunto estorsore Tobia Parisi ha sostenuto che l’imputato vantava un credito dalle partite di poker
«Avevo paura che potessero farmi qualcosa. Avevano un atteggiamento da boss». Con queste parole, nette e senza esitazioni, l’imprenditore di San Pancrazio Salentino ha aperto la sua testimonianza nell’udienza del rito ordinario che vede imputato Tobia Parisi, ritenuto dalla pm Carmen Ruggiero della Dda di Lecce esponente della frangia mesagnese della Sacra corona unita e accusato di aver preteso un pizzo da 200 mila euro su un appalto stradale.
Parisi, collegato in videoconferenza dal carcere di Lanciano, è assistito dall’avvocato Giancarlo Camassa. Gli altri coinvolti - Salvatore Esposito, Francesco Sisto, Lucio Annis, Andrea Cava e Massimo Magli - sono già stati condannati in abbreviato per un totale di 58 anni di reclusione. L’udienza si è svolta ieri nel tribunale di Brindisi, davanti al collegio composto dalla presidente Stefania De Angelis e dai giudici Anna Guidone e Adriano Zullo. È qui che si consuma uno dei momenti più intensi: quando la presidente chiede alla vittima se riconosce in aula la persona che gli avrebbe chiesto il pizzo, l’imprenditore si gira verso lo schermo, alza il braccio e indica con il dito il volto di Parisi sul monitor. «È lui», dice. Un gesto semplice, ma che pesa come una dichiarazione definitiva. L’imprenditore ha ricostruito, in oltre tre ore, pressioni, incontri e paura. Tutto nasce da un episodio apparentemente marginale: il furto di un bagno chimico dal cantiere. «Sono andato da Esposito per chiedere spiegazioni. Da lì è iniziato tutto». Il 12 settembre 2024, invitato a casa di Esposito, si ritrova davanti sei persone. «Ho chiesto tre volte a lui il suo nome. Tobia. Tornato a casa l’ho cercato su Google insieme a “Mesagne” e mi è uscito Parisi e un “ben di dio” di notizie. Ho capito con chi avevo a che fare». Da quel momento, racconta, la paura diventa una presenza costante: «Erano in sei, non li conoscevo. Già guardandoli in faccia avevo capito che non era una conversazione normale». La richiesta è immediata: «Dobbiamo stare tutti bene». Prima 200 mila euro, poi il 20 per cento dell’appalto, poi una trattativa forzata sui 50 mila euro. «Non mi hanno detto frasi minacciose, ma sembrava che mi stessero per tirare un pugno. I toni erano tesi». A spingerlo verso la denuncia è stata la famiglia. «L’ho raccontato ai miei figli. Mi hanno detto: papà, hai creato un’azienda da zero, non devono essere loro a fermarti. Quelle parole mi hanno dato la forza di andare avanti». Prima ancora, però, l’imprenditore cerca qualcuno di cui fidarsi davvero. E lo trova in Felice Stridi, amico d’infanzia e oggi poliziotto. «L’ho chiamato perché non mi fidavo di nessuno. Gli ho raccontato tutto. Mi ha detto: se vuoi, vieni in Questura. È stato il primo a dirmi che non ero solo».
Il 3 ottobre l’uomo formalizza la denuncia. Da quel momento, la Squadra mobile di Brindisi - guidata dal vicequestore Giorgio Grasso - lo segue passo dopo passo. «Mi diceva di non preoccuparmi, che non ero solo. Quelle parole mi hanno dato coraggio». Gli investigatori monitorano ogni incontro, ogni telefonata, ogni movimento.
In aula, la difesa di Parisi sostiene che l’imputato vantasse un credito da 200 mila euro per presunte partite di poker. L’imprenditore nega: «Non ho vizi di carte. Non ho mai giocato nel Tarantino».
La prossima udienza è fissata per il 5 febbraio.