la vicenda
Andria, alloggio di servizio occupato indebitamente: carabiniere assolto dopo 10 anni
Secondo il Tribunale, l’affitto veniva pagato perché l’alloggio era nella disponibilità dell’Arma, non perché fosse occupato da una determinata persona
Dopo quasi dieci anni dai fatti contestati e oltre quattro anni di processo, si mette fine alla vicenda giudiziaria che vedeva imputato un carabiniere di Andria, ora in pensione, accusato di truffa aggravata ai danni dello Stato per la gestione di un alloggio di servizio. Il tribunale di Trani lo ha assolto con formula piena, stabilendo che «non ha commesso il fatto».
L’imputato, difeso dall’avvocato Antonio La Scala, era finito a giudizio con l’accusa di aver mantenuto indebitamente l’assegnazione di un alloggio di servizio ad Andria, pur avendo trasferito altrove la propria residenza. I fatti risalgono al periodo compreso tra agosto 2016 e giugno 2019. Il carabiniere, era assegnatario di un alloggio di servizio ad Andria. Nel 2016 si separa dalla moglie: nell’accordo di separazione si specifica che l’alloggio di servizio «resterà assegnato al militare», trattandosi di immobile concesso dall’Arma. Dopo la formalizzazione, però, nella casa restano a vivere la moglie e i figli. Il nodo arriva nel giugno 2019, quando il militare 60enne trasferisce la propria residenza altrove. Per la procura, da quel momento avrebbe perso il diritto all’alloggio. E poiché la famiglia continuava ad abitare lì, lo Stato — attraverso la prefettura della Bat — avrebbe continuato a pagare inutilmente al proprietario dell’immobile un canone semestrale di 8.737 euro. L’accusa sosteneva che così si fosse realizzato un «ingiusto profitto» per la famiglia.
Il processo, però, ha chiarito un punto fondamentale: il pagamento dell’affitto non dipendeva dall’effettiva presenza del militare o dei suoi familiari nell’alloggio. L’immobile era di proprietà privata ma locato alla caserma con un contratto. La prefettura si occupava solo di pagare il canone previsto da quel contratto. In sostanza, l’affitto veniva pagato perché l’alloggio era nella disponibilità dell’Arma, non perché fosse occupato da una determinata persona. Per il tribunale, quindi, non è stato dimostrato il militare abbia messo in atto raggiri o abbia ingannato la prefettura. Da qui l’assoluzione con la formula più ampia: «per non aver commesso il fatto».